
Allora, attacca lo psicoanalista, falsamente bonario, come se stesse incominciando a raccontare una bella storia, ma è una trappola, una trappola collaudata per imbrigliare il cliente. Questa trappola, voi la conoscete bene, e non da oggi, ma non riuscite a resistere alla forza oscura del dottore. La cosa è ripresa stamattina, incominciate voi. Era già successa quando ero incinta, è successa di nuovo. Mi sono ritrovata a casa mia, per terra, poi a casa di mio marito, nel mio appartamento di prima. Bisogna fare qualcosa, non ne posso più, devo occuparmi di mia figlia. Il dottore dice sì. Sì che cosa? ripetete. Le dico che bisogna intervenire, non è questione di sì o di no. Non sono venuta qui per risalire al diluvio universale, sono stanca, adesso ho bisogno d’aiuto.
Ma lei sa bene, signora Hermant, sa bene che i sintomi non sono altro che sintomi. Che bisogna risalire alla fonte, vero signora Hermant?
Caro dottore, devo dirle che io me ne frego della fonte. Sono tre anni che mi prende in giro con questa storia, tre anni che siamo sempre allo stesso punto. Se non può far niente per me, bisogna dirlo, cercherò altrove. Sì? Lei non mi capisce, dottore. Non mi va più di scherzare, dico basta. Dobbiamo trovare un altro metodo oppure è inutile che io torni da lei. No, non è un ricatto, dite con un tono più alto di voce. È tutto il contrario del ricatto. Io vorrei continuare, vorrei che funzionasse, ma non posso andare avanti in eterno senza risultati. Non ne ho i mezzi. I mezzi? Sì, i mezzi, i mezzi, adesso vi accorgete che state abbaiando. Il tempo, il denaro, le risorse necessarie. C’è l’affitto, ci sono le fatture, la balia, e non c’è mio marito che mi aiuti, glielo devo ricordare, mio marito mi ha lasciato per non so quale ragazzetta imbecille, insomma, sono sola, come si dice, sola con mia figlia, siamo sole e bisogna uscirne.
Perché avete fatto questa scelta? Le vostre dita si contraggono, le vertebre scricchiolano contro lo schienale della poltrona. Chiudete gli occhi. Una piccola pioggerella di rabbia se ne esce dall’angolo dell’occhio. Vi rivedete, un mese e mezzo prima, accucciata nella sedia a dondolo nell’appartamento di via Louis-Braille di fronte a vostro marito che vi stava mollando, mentre cercavate di mantenere la calma e decidevate di andarvene subito perché era l’ultima scorciatoia per finirla subito. Prendete la vostra borsa. Cercando i fazzoletti di carta, vi capita in mano l’astuccio del coltello, piuttosto pesante. Trovate i fazzoletti, la borsa rimane aperta sulle vostre ginocchia. Io non ho scelto proprio niente, è mio marito che mi ha lasciata.
Ma noi facciamo sempre delle scelte inconsce.
Lei insinua che sia stata io a metterlo alla porta.
Io non insinuo niente, l’ha detto lei.
Le vostre braccia hanno un sussulto, le mani sono prese da un tremito.
Mi ascolti, signora Hermant, ecco cosa faremo. Lei mi prenderà queste pillole per qualche mese, le conosce, sono antidepressive, e anche i sedativi per i nervi, così le crisi si stabilizzeranno. Hanno funzionato l’ultima volta, vero signora Hermant? Adesso le faccio la ricetta. Sia gentile, riprenda il trattamento, torni mercoledì, e passiamo da due a tre sedute la settimana. Il lunedì alle 8, va bene? Presto ritrovate la calma. Il dottore ha trovato la parola giusta. Gentile. Voi non lo sarete mai più. Frugate nella borsa con le mani, trovate l’astuccio, le vostre dita toccano le lame, scegliete la più grande. Estraete il coltello dalla borsa, lo impugnate, avanzate di un passo. Il dottore continua a sorridere aspettando il seguito come se si trattasse di uno spettacolo. Certamente non vi crede capace di questo. In voi ha sempre visto solo una borghese, una pallida carrierista una semplice nevrotica che si controlla con le pillole bianche e blu. Adesso si renderà conto di chi siete. E in effetti, mentre vi avvicinate, il sorriso svanisce, i tratti si irrigidiscono, il viso molle diventa un’armatura. Quando si rende conto di ciò che sta succedendo, è troppo tardi. Siete a qualche centimetro da lui, lo sovrastate con la vostra figura e i vostri tacchi. Alzate la punta del coltello all’altezza dello stomaco, maldestramente, tastando un poco, molto incerta su cosa succederà. Lui apre la sua bocca rotonda, in fondo alla gola si forma un grido. Allora sapete che non bisogna esitare. Affondate la lama fino in fondo, proprio sotto l’ultima costola. I visceri son morbidi come burro. Risalite con la lama fino al polmone ma l’ometto muore e scivola ai piedi di una poltrona che non gli servirà più.
Julia Deck, Viviane Élisabeth Fauville, Éditions de Minuit