
Mi balenò un’idea! Nel mio dramma c’erano tredici quadri. Seduto nella mia stanzetta, tenevo davanti a me un vecchio orologio d’argento e leggevo il dramma ad alta voce, provocando, sicuramente, lo stupore del mio vicino di là dalla parete. A ogni quadro che finivo di leggere, annotavo il tempo impiegato su un foglietto di carta. A fine lettura, risultò che ci avevo impiegato tre ore. Allora mi venne in mente che durante lo spettacolo ci sono gli intervalli, durante i quali il pubblico va al buffet. Aggiungendo il tempo per gli intervalli, compresi che il mio dramma non si sarebbe potuto rappresentare in una sola serata. I tormenti notturni che mi provocò questo problema mi portarono alla decisione di eliminare un quadro. In questo modo lo spettacolo fu abbreviato di venti minuti, ma la situazione restava grave. Mi ricordai che oltre agli intervalli, ci sono anche le pause. Ad esempio, l’attrice è in scena e mentre piange aggiusta un mazzo di fiori in un vaso. Parlare non parla, ma intanto il tempo passa. Quindi, un conto è borbottare il testo a casa propria e un conto è recitarlo a teatro. Bisognava togliere dal dramma qualche altra cosa, ma che cosa non lo sapevo. Tutto mi sembrava importante, e inoltre bastava pensare di eliminare qualche particolare, che tutto l’edificio tanto faticosamente costruito cominciava a incrinarsi e sognavo cornicioni che cadevano, balconi che si staccavano dalle pareti, sogni questi che si rivelarono profetici. Allora cacciai via uno dei protagonisti, e come conseguenza uno dei quadri diventò come sbilenco e, infine, scomparve del tutto, e i quadri restarono undici. Da quel momento in poi, per quanto mi rompessi la testa, per quanto fumassi, non mi riuscì di eliminare altro. Ogni giorno mi faceva male la tempia sinistra. Conscio del fatto che non mi sarebbe riuscito di combinare altro, decisi di lasciare che la cosa seguisse il suo corso naturale.
Michail Bulgakov, Il romanzo teatrale