
Ecco chi era: una donna non sposata di una trentina d’anni che scongiurava la madre di andarsene la notte, e si portava, per così dire, l’uomo in casa. Lui non più giovane, un po’ calvo, robusto, aveva rapporti confusi con la moglie e la mamma e viveva ora dall’una ora dall’altra. Al lavoro era noto per la sua passione per i dolci, il cibo, il vino e le buone sigarette, cosa che l’aveva sempre disturbato nella carriera. Un aspetto sgradevole insomma. La giacca sbottonata, il colletto aperto, il petto glabro. La peluria sulle spalle. I suoi occhiali dalle lenti spesse. Ecco che razza di tesoro s’era portata nella sua monocamera questa donna.
Non vi era stato nulla di bello nel come erano giunti a casa, ma tutto andò per il verso giusto. Lui le si sdraiò accanto sulle lenzuola pulite, fece quel che doveva, conversarono un poco. Rivestitosi, la baciò sulla fronte, afferrò la cartella e se ne andò col suo pancione e il suo cervellino da infante. Fortunatamente lavoravano in reparti diversi, lei l’indomani non si fece vedere alla mensa comune e restò inchiodata alla scrivania per tutto l’intervallo del pranzo. A un tratto, meravigliandosi di se stessa, domandò alla collega se si fosse trovata uno spasimante. «No, e tu?» disse la collega. «Io, sì» rispose lei con le lacrime agli occhi per la gioia e subito capì che non aveva via di scampo. Che d’ora in poi avrebbe trepidato, si sarebbe trascinata da una cabina all’altra senza sapere dove telefonare: il suo eletto non aveva un orario fisso e poteva tranquillamente esserci oppure no. Ecco che cosa l’attendeva. Nel suo caso tutto era chiaro, lui era cristallino nella sua ottusità, nella stupidità, e il destino di lei oscuro, ma negli occhi aveva lacrime di gioia.
da Un destino oscuro , di Ljudmila Petrusevskaia, Racconti dall’Urss, Mondadori. Traduzione di Nadia Cicognini