Le figurine di Radiospazio. Uomini comuni

In quei tempi soffrivo quasi sempre la fame; l’unica mia ri­sorsa erano le novelle, che riuscivo a vendere per qualche sol­do. Avevo dunque bisogno di scriverne una quella sera stes­sa, ma sentivo che la mia anima era vuota; così rinun­ziai ed uscii. Appena fuori mi venne in mente una idea: Come un ladro mi posi in agguato a un crocicchio e final­men­te passò un uomo né giovane né vecchio, né troppo bel­lo né spiacevole in viso. Lo fermai e gli spiegai che avevo bisogno di uno spunto per un racconto.
«Se proprio la mia vita vi è così necessaria, non ho nessuna dif­ficoltà a raccontarvela. Ho trentacinque anni, e sono di fami­glia agiata, onesta e ben pensante. Sono sposato e impie­ga­to alle ferrovie.  Ho due figli, un maschio e una fem­mina. Il maschio ha dieci anni e farà l’ingegnere, la fem­mina ha no­ve anni e farà la maestra. Io vivo tranquillo senza scosse né desideri. Mi alzo ogni mattina alle otto, e alle nove di se­ra vado in un caffè a chiacchierare con quat­tro colleghi d’ufficio.
Rimasi per un momento sconvolto dal terrore. Quella vita mo­notona, comune, misurata, vuota, mi riempì di una tri­stez­za così acuta, ch’io fui quasi per rompere in pianto e fug­gire:
«Veramente non c’è altro nella vostra vita? Non v’è accaduto mai nulla?»
«La mia vita è trascorsa calma, regolare, senza avventure… al­meno fino a stasera. L’incontro con voi, signor novel­lie­re, è stata la mia prima avventura.»
E senza darmi il tempo di rispondergli se ne andò toccan­do­si leggermente il cappello. Io rimasi ancora fermo come sot­to l’incubo di una cosa incredibile. Tornai alla mia came­ra e non scrissi la novella. Da quella notte non riesco più a ridere degli uomini comuni.

Giovanni Papini, Il mendicante di anime, in Racconti fantastici del ‘900, Mondadori       

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