Corrado Govoni, Il tinello

Sulla cima del canterale
uno smodato mazzo artificiale
nella campana di cristallo
sbiadisce le sue cere meste
d’ogni colore verde bianco giallo,
triste come una veste
usata in carnevale.
 Nelle cornici variopinte
dei ritratti stan come dentro finte
ghirlandette di fiori e foglie:
alcuni àn degli anelli
con le gioie svanite, chi raccoglie
in rattorte treccine stinte
i suoi biondi capelli.
Remano dentro la peschiera
ch’è sopra la credenza lustra e nera
tra dei frutti di marmo profumato
dei lunghi pesci rossi;
un martin pescatore inbalsamato
pensa a la sua brughiera
ed ai suoi quieti fossi.
 Il piano aperto tende i labri ignudi
alla molle carezza dello studio
d’una fanciulla dolce come un frutto
che non sa che motivi di conservatorio
ricamati sui tasti neri a luttoz
cui fa male il tripudio
candido dell’avorio.
Il lampadario con le rose
acceso è un gruppo d’idre mostruose
che avvinghia il corpo pallido e dormente
della camera esangue
e le succhia silenziosamente
con le sue tentacolose
bocche l’ultimo sangue.
La pendola col cariglione,
che chiude l’ore a ruota di paone
nello specchio che sembra un prato
pieno di rosolacci,
ogni volta che segna il tempo andato
ripete con passione
un’aria dei pagliacci.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet Note azzurre

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