
Arrivammo sotto la via Belvedere. Guido disse che un po’ di salita ci avrebbe fatto bene. Anche questa volta lo compiacqui. Lassù egli si sdraiò sul muricciolo che arginava la via da quella sottostante. Gli pareva di fare un atto di coraggio esponendosi ad una caduta di una diecina di metri. Sentii dapprima un ribrezzo al vederlo esposto a tanto pericolo, ma poi mi misi ad augurare ferventemente ch’egli cadesse. In quella posizione egli continuava a predicare contro le donne. Diceva ora che abbisognavano di giocattoli come i bambini, ma di alto prezzo. Ricordai che Ada diceva di amare molto i gioielli. Era dunque proprio di lei ch’egli parlava? Ebbi allora un’idea spaventosa! Perché non avrei fatto fare a Guido quel salto di dieci metri? Non sarebbe stato giusto di sopprimere costui che mi portava via Ada senz’amarla? In quel momento mi pareva che quando l’avessi ucciso, avrei potuto correre da Ada per averne subito il premio. Debbo confessare ch’io in quel momento m’accinsi veramente ad uccidere Guido! Ero in piedi accanto a lui ch’era sdraiato sul basso muricciolo ed esaminai freddamente come avrei dovuto afferrarlo per essere sicuro del fatto mio. Poi scopersi che non avevo neppur bisogno di afferrarlo; sarebbe bastata una buona spinta improvvisa per metterlo senza rimedio fuori d’equilibrio. Mi venne un’altra idea: per essere sicuro di dormir bene quella notte. Come avrei potuto dormire se avessi ammazzato Guido? Quest’idea salvò me e lui. Volli subito abbandonare quella posizione nella quale sovrastavo Guido e che mi seduceva a quell’azione. Mi piegai sulle ginocchia abbattendomi su me stesso e arrivando quasi a toccare il suolo con la mia testa: – Che dolore, che dolore! – urlai. Spaventato, Guido balzò in piedi a domandarmi delle spiegazioni. Io continuai a lamentarmi più mitemente senza rispondere. Sapevo perché mi lamentavo: perché avevo voluto uccidere e forse, anche, perché non avevo saputo farlo.
Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Dall’Oglio