Alberto Arbasino, Ritratti italiani. Gianni Agnelli

Gianni Agnelli possedeva l’allure e la verve di un sovrano settecentesco vivacissimo, e di un banchiere cosmopolita carismatico e seducente – benché producesse automobili non molto chic. Tutti i parvenus, generalmente, osservavano affascinati i suoi polsini e cinturini e bottoni, e non già i dettagli della 124 o della 850. Ma i «vecchi dei circoli» notavano compiaciuti che quella fatuità apparente discendeva dagli insegnamenti tradizionali della severissima Scuola Militare di Cavalleria (Scuola di Guerra, addirittura), a Pinerolo. Mai mostrarsi ansiosi o preoccupati, davanti ai sottufficiali e alla truppa. Anzi, ostentare disinvoltura e nonchalance soprattutto davanti ai dolori e ai pericoli, alla testa dei reggimenti. «Una volta s’andava a battaglia – come a un ballo cantando si va – pare pioggia di fior la mitraglia – rataplàn, rataplàn, rataplàn!»… Altro che cuore in mano, o «si salvi chi può», nelle guerricciole o nel Risorgimento. Altro che «leggerezza calviniana», anche. O «bel garbìn torinese». C’era piuttosto dietro la tradizionale «sprezzatura» prescritta da Baldesar Castiglione ai gentiluomini del Rinascimento: «Usare in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi». Come in Giordano Bruno, d’altronde: «In tristitia hilaris, in hilaritate tristis». E Hemingway, «grace under pressure», anche in prima linea. Nonché Benedetto Croce: «Vittorio Emanuele II aveva serbato non poco del vecchio re di razza, la qual cosa conferiva al suo prestigio presso il popolo, che trovava rispondente al proprio concetto di un re il suo aspetto e piglio soldatesco, il suo abito di gentiluomo e cacciatore, la franchezza e la sprezzatura dei suoi modi». I più attenti a quella sua dizione così caratteristica potevano forse riconoscervi tracce del garbo flautato del precettore Franco Antonicelli, signorile come la recitazione di illustri autori quali Ruggero Ruggeri e Renzo Ricci. Del resto l’Antonicelli aveva a Voghera un fratello medico Sandro che veniva a prendere la pressione a mia nonna, zoppicando, e una sorella Amalia (chiamata «la Bidone» in quanto moglie del rag. Bidone, ma ci dev’essere ancora una via Bidone, a Voghera) che trasmetteva alle signore i suoi consigli di signorilità torinese. Per esempio: offrire i cioccolatini non in una ciotola d’argento ma in una coppa di cristallo. Però i vecchi ricordavano soprattutto i giovani De Sica e Melnati e Viarisio in un famoso sketch sul birignao degli uffizialetti di cavalleria, nelle riviste Za-Bum degli anni Trenta. E si potevano rievocare, fino alla vigilia della guerra, con la ‘caramella’ (monocolo) e un bicchierino di Punt-e-Mes, sulla soglia delle pasticcerie alla moda, commentando il passaggio delle vogheresi. C’era lì infatti una illustre caserma di cavalleria, con Savoia o Monferrato o Guide. Per le signore più navigate: ci dev’essere stato qualche avo ebreo per spiegare l’arguzia dello charme e dei tratti. Quegli occhietti ammiccanti e sardonici, quegli zigomi danubiani lavorati dalla mondanità nel contrasto fra la pelle abbronzata e il candore della basetta… «Proprio mentre siamo stati occupati dagli italiani» potrebbe magari dire un Gadda. E gli amici più affezionati: lui e Marella sono soprattutto grandi giornalisti, con questa enorme passione per i quotidiani e i settimanali e le foto, mentre a qualunque musica si annoiano. Com’era però inesausta (e poco italiana) la ricerca non solo di ‘amuseurs’ per l’intrattenimento rapido, ma di informazioni aneddotiche culturali: sapeva titoli e argomenti delle tesi di laurea di Guido Carli, Bruno Visentini, Francesco Saverio Nitti… (Mentre un amico gentiluomo, Galvano Lanza, regolava discretamente i conti e le mance, alle sue spalle). Ecco allora una ricetta di Stile non certo italiana, benché prescritta dai nostri migliori trattatisti: maneggiare gravemente i temi leggeri, e leggermente i più gravi. Evitare con chiara sprezzatura ogni pomposità o affettazione. Rimuovere con grazia e decisione gli ‘scocciatori’ verbosi e lagnosi. (Tipicamente, buttar là a qualche ‘intellettuale’ pieno di sé, con noncuranza, una informazione di alta cultura che non gli era ancora arrivata)… Proprio a tali semplici criteri di estetica mondana si deve uno dei maggiori successi personali e internazionali nell’Italia del Novecento. Anche in amore? Le amiche di vecchia consuetudine lo chiamavano piuttosto «l’uomo delle macchine», o direttamente «Gianulasch», e lui rispondeva «Kikkù», asch e ù ormai perduti, chissà come e perché. Quando non si usava ancora dire «l’Avvocato», come il maggiordomo che rispondeva agli intimi mattutini. Dietro quel suo gusto visivo così raffinato e acuto pareva di scorgere due eccellenti amici torinesi scomparsi: la piega sardonica del labbro di Mario Tazzoli, grande gallerista della migliore modernità; e le sopracciglia boscose sulle pupille penetrantissime di Luigi Carluccio, critico e organizzatore incomparabile di lontane mostre epocali sulle Muse Inquietanti, il Cavaliere Azzurro, il Simbolismo Sacro e Profano… Davanti a quegli abiti perfetti di Caraceni, e a quei mirabili Klimt in casa a St-Moritz, mai si ebbe cuore di domandargli come mai non applicava lo stesso ‘occhio’ anche alle macchine Fiat, in qualche fase di insofferenza per il look impiegatizio nei prodotti di serie e di massa… Gli amici scherzavano piuttosto sulle beffe ai danni di certi suoi ammiratori. Uno gli mostrò con fierezza un suo straordinario edificio, fino all’ultimo piano; e lì, Gianni: «Ma non c’è la piscina di mercurio! Dov’è la piscina di mercurio?». Quando ancora non esistevano i telefoni sulle automobili, l’Avvocato chiamava dalla macchina i telefoni fissi degli amici. Ma quando finalmente un emulo giunse a possederne uno, chiamò subito Gianni da una macchina all’altra. E si sentì rispondere: «L’Avvocato è sull’altra linea». Per la sontuosa macchinona di un altro, l’Avvocato sentenziò: «Tutto bene, tranne i sedili. Ci vogliono poltroncine Luigi XVI, naturalmente con le gambe tagliate». Quanti flashbacks. All’alba della Dolce Vita, ‘Gianulasch’ era ammiratissimo al Club 84 perché l’unico a tenere una intera bottiglia di whisky sul tavolino, e non un bicchiere per volta come gli altri viveurs, che ovviamente dicevano: «Barman, allungami un Davide» invece di chiedere semplicemente un Campari. «Noi siamo quelli dello sciscì, quelli che a mezzodì segnano il passo, presso Dalmasso», cantavano piuttosto i milanesi in Montenapoleone, con rime quasi ciondolòn, penzolòn… Gianni ri-accarezzava con vivi complimenti le solide chiappe di una famosa Cristina, sposa ormai di un magnate americano. E lei: «Grazie, caro avvocaticchio, ti lasceremo la tua fabbrichetta». Quelle Cristine ormai scomparse erano famose bellezze o icone del dopoguerra, presso un bar alla moda milanese, ovviamente in Montenapoleone. E lui ridacchiava al racconto d’un pranzo di Cristine con amici ministri democristiani, che ordinavano solo verdure mentre si prendeva cacciagione squisita, e gli astanti guardavano nei piatti. Ma solo alla fine ci si accorse che eravamo in un Venerdì Santo. Molto più tardi, chiacchierando di Caravaggio, gli chiesi come mai si chiamasse chiamasse «Bourbon del Monte» (quando i Borboni non erano ancora re di Francia) l’antica famiglia toscana ed umbra di sua madre Virginia, nonché del cardinale protettore del Merisi a Roma. Rispose, mesto: «Lo sapeva Pierrà. Lo sapeva Uguccione» (i cugini Bourbon del Monte e Ranieri di Sorbello). «Ma non ci sono più».

Alberto Arbasino,. Ritratti italiani, Biblioteca Adelphi)

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