Le figurine di Radiospazio. Il romanziere realista

C’era un tale che si riteneva scrittore realista. Perciò scriveva tutto quello che gli capitava. Si chiamava Vincenzo, ma nel romanzo compariva col nome di Ernesto. Tutto ciò che faceva, lo faceva ai fini di scriverlo. Ad esempio si sedeva e guardava il soffitto; allora scriveva sul foglio: Ernesto all’improvviso si siede e guarda il soffitto. Poi non avendo molto altro da dire si metteva un dito su per il naso. Però non lo scriveva. Lo scriveva casomai in una forma più artistica. Ad esempio: Ernesto è pensieroso e lascia scorrere il tempo. Ciò significava che lui stava seduto al tavolo col dito nel naso. A volte stava così per un’ora. Questa la chiamava fase di stallo, in cui non c’erano fatti salienti da dire. Al massimo scriveva che Ernesto non riusciva a fissare i pensieri.
In realtà nell’attesa, se non si puliva il naso, si puliva con il dito un orecchio. Ma non era un avvenimento da romanzo, neanche da romanzo realista qual era il suo. Questi son fatti che restano fuori dalla letteratura, anche ad esempio usare un’unghia come stuzzicadenti. Allora si alzava e scriveva: All’improvviso Ernesto si alza. Scriveva all’improvviso per dare più suggestione al romanzo. Però, appena alzato, il romanzo di nuovo era fermo. Non poteva tornarsi a sedere per non cadere in ripetizioni, così usciva di casa e scriveva che Ernesto era uscito di casa.

Eramanno Cavazzoni, Vite brevi di idioti, Guanda

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