
La creatura stava accovacciata non solo di fronte alla sua immagine, ma anche alle immagini delle sue immagini; vedeva davanti a sé un’infinità di creature fatte com’era lui, e quando si girava per non vederle più, un’altra infinità di creature uguali a lui. Era come paralizzato. Non sapeva dov’era né cosa volevano le creature accovacciate tutt’attorno, forse sognava soltanto, anche se non sapeva cosa fosse sogno e cosa realtà. Si tastò il capo istintivamente e mentre lo tastava, anche le immagini si tastarono il capo. Si raddrizzò e con lui si raddrizzarono anche le sue immagini. Fece loro cenni di saluto, quelle risposero ai cenni. Si drizzò, stese le braccia, mugghiò, con lui si drizzò, stese le braccia e mugghiò un’infinità di creature uguali, l’eco si ripercosse migliaia di volte, parve mugghiare senza fine. Divenne più spavaldo, fece salti, fece capriole, e con lui fecero salti e capriole un’infinità d’immagini. Da quel correre e dalle capriole, dai balzi e dal muoversi sulle mani tale divenne la sua baldanza, visto che le immagini facevano quello che faceva lui, in modo da fargli credere d’essere un capo, anzi di più, un dio, se avesse saputo cos’è un dio. La creatura danzò per il labirinto, attraverso il mondo delle sue immagini, danzò come un bimbo mostruoso, danzò come un mostruoso padre di se stesso, danzò come un dio mostruoso attraverso l’universo delle sue immagini. D’un tratto però interruppe la danza, s’irrigidì: danzando, aveva scorto creature che non danzavano, immagini che gli ubbidivano. La fanciulla, riflessa anche lei come la creatura accovacciata, stava immobile, nuda, con i lunghi capelli neri, fra quelle creature accovacciate che erano dappertutto. Non osava muoversi, lo sguardo spaurito , le mani intrecciate sul seno, guardava affascinata la creatura sempre accovacciata davanti a lei. La testa poderosa coperta d’un rado vello marrone, le corna corte e ricurve, gli occhi rossastri e sporgenti… Tutto questo sarebbe stato sopportabile, insopportabile era la parte umana di quel toro. Pareva che la testa orribile e la gobba che la sovrastava fossero l’escrescenza del corpo d’un uomo. Il minotauro si alzò. Era imponente. Si mosse verso di lei. Quella si allontanò da lui, mentre altrove gli si muoveva incontro. L’inseguì attraverso il labirinto, lei fuggiva. Fu come se una bufera avesse scompigliato minotauri e fanciulle, a tal punto turbinavano discostandosi, confondendosi, accostandosi un l’altro, e quando la fanciulla gli corse fra le braccia, quando toccò d’un tratto il corpo, la carne calda, bagnata di sudore, e non il duro vetro che aveva fin lì toccato, comprese nei limiti in cui si può parlare di comprendere da parte del minotauro, che fino a quel momento era vissuto in un mondo in cui c’erano solo minotauri, ciascuno rinchiuso in una prigione di vetro, mentre ora toccava un altro corpo, toccava altra carne. La fanciulla si divincolò, la lasciò fare. Arretrò, i grandi occhi fissi su di lui, e quando lui cominciò a danzare, cominciò a danzare anche la fanciulla e le immagini entrambi danzarono anche loro. Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza, lui danzò la gioia d’averla trovata, lei danzò la paura di essere stata trovata, lui danzò la sua liberazione, e lei danzò il suo destino, lui danzò la sua smania, e lei danzò la sua curiosità, lui danzò la sua attrazione, lei danzò la sua ripulsa, lui danzò il suo penetrare, lei danzò il suo dibattersi. Danzarono, e danzarono le loro immagini, e lui non seppe di prendere la fanciulla, non poteva sapere nemmeno che l’uccideva, perché non sapeva cos’era vita e cosa morte. In lui c’era solo incontenibile felicità fusa con incontenibile piacere. Proruppe in un muggito quando prese la fanciulla, e negli specchi tutti i minotauri presero le fanciulle, e il muggito fu un grido immenso, un portentoso grido universale, come se altro non esistesse che quel grido confuso col grido della fanciulla, e poi lui giacque, e negli specchi giacevano minotauri, e giacque il bianco corpo nudo della fanciulla dai grandi occhi neri, rispecchiandosi nelle pareti. Sollevò il braccio sinistro della fanciulla, e quello ricadde, il destro, e ricadde, ovunque ricadevano braccia. La leccò con la sua enorme lingua violacea, leccò la sua faccia, il seno, la fanciulla rimase immobile, tutte le fanciulle rimasero immobili. La rivoltò con le corna, la fanciulla non si mosse, nessuna fanciulla si mosse. Si raddrizzò, si guardò attorno, ovunque c’erano minotauri eretti che si guardavano attorno, e ovunque ai loro piedi giacevano bianchi corpi di fanciulle. Si chinò, sollevò la fanciulla, mugghiò, gemè, sollevò la fanciulla verso il cielo buio, e ovunque minotauri si chinarono, sollevarono fanciulle, mugghiarono, gemettero, sollevarono fanciulle verso il cielo buio, e poi depose la fanciulla fra le pareti di vetro, le si distese accanto e si addormentò, e tutti i minotauri con lui, stesi sul pavimento pieno di bianchi corpi nudi di fanciulle.
Sognò fratellanza, sognò amicizia, sognò sicurezza, sognò amore, intimità, calore, e contemporaneamente seppe, sognando, di essere un diverso cui non sarebbe mai stato concesso un linguaggio, mai fratellanza, mai amicizia, mai amore, mai intimità, mai calore. Così lo trovò, addormentato, Arianna. Venne danzando col gomitolo di lana che svolgeva, e danzava, quasi delicatamente, avvolse il capo del filo rosso attorno alle sue corna, se ne andò seguendo il filo. Quando il minotauro si svegliò, in un vetroso mattino, vide farglisi incontro un minotauro rispecchiato innumerevoli volte, gli occhi fissi sul filo di lana come se fosse una traccia di sangue. Lì per lì pensò che fosse la sua immagine, anche se continuava a non capire cosa fosse un’immagine, ma vide l’altro minotauro che gli veniva incontro mentre lui era disteso a terra. Ne fu disorientato. Il minotauro si alzò e non si accorse che il capo del filo rosso di lana era avvolto attorno alle sue corna. L’altro si avvicinò. Il minotauro levò di scatto entrambe le braccia e così fece l’altro, il minotauro divenne diffidente perché gli parve che l’altro non avesse levato le braccia di scatto contemporaneamente a lui, le immagini di solito lo facevano tutte contemporaneamente, però poteva essersi ingannato. Il minotauro fece un passo di danza, le immagini pure, però stavolta molte immagini danzarono impacciate, lo poté notare chiaramente. Il minotauro stette di nuovo immobile e spiò l’altro minotauro che stava a sua volta immobile. Il minotauro tentò di pensare. Mosse il mignolo della mano destra, guardò attentamente, mosse il dito un’altra volta, l’altro mosse il mignolo della mano destra. Il minotauro era incerto, gli pareva che l’altro avesse mosso il mignolo della mano sbagliata. L’altro minotauro era proprio davanti a lui: aveva una testa come la sua e un corpo come il suo. Il minotauro mosse la mano destra, ora l’altro mosse la mano sinistra, quasi contemporaneamente, o forse contemporaneamente; poi il minotauro d’improvviso s’accorse che al corpo dell’altro era fissato, sul fianco un oggetto, qualcosa di peloso; non sapeva cose fosse, ma bastava a dimostrargli che si trovava dinnanzi a un altro minotauro o a una sua immagine.
Il minotauro proruppe in un urlo, in un muggito, un grido di gioia per non essere più l’unico, perché c’era un secondo minotauro, non soltanto un Io, ma anche un Tu. Il minotauro cominciò a danzare. Danzò la danza della fratellanza, la danza dell’amicizia, la danza della sicurezza, la danza dell’amore, la danza dell’intimità, la danza del calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua dualità, danzò la sua liberazione, danzò il tramonto del labirinto, l’amicizia fra minotauri, animali, uomini e dei, il filo rosso di lana avvolto fra le corna, danzò attorno all’altro minotauro che tese il filo rosso di lana, trasse il pugnale dalla guaina di pelo senza che il minotauro se ne accorgesse e le immagini dell’uno danzarono attorno alle immagini dell’altro che tendevano un filo rosso di lane e traevano un pugnale dalla guaina di pelo, e quando il minotauro si gettò fra le braccia aperte dell’altro, confidando di aver trovato un amico, un essere come lui, e quando le sue immagini si gettarono fra le braccia delle immagini dell’altro, l’altro colpì e colpirono le sue immagini, l’altro gli piantò con perizia il pugnale fra le spalle e il minotauro morì prima di accasciarsi a terra. Teseo si tolse la maschera da toro dal volto e tutte le sue immagini si tolsero la maschera da toro dal volto, riavvolse il filo rosso di lana e scomparve nel labirinto e tutte le sue immagini riavvolsero il filo rosso di lana e scomparvero nel labirinto che rispecchiava ormai, senza fine solo lo scuro cadavere del minotauro. Poi, prima del sole vennero gli uccelli.
Friedrich Dürrenmatt, Il Minotauro, Traduzione Umberto Gandini, Marcos y Marcos