
Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore. Ai parrucchieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro professioni: si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti. Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Rido su dischi, su nastri magnetici, e i registi dei radiodrammi mi trattano con riguardo. È una professione faticosa, tanto più che so fare anche il riso contagioso, così sono diventato indispensabile anche ai comici di terzo e quart’ordine che, a ragione, tremano per le loro battute, e quasi ogni sera vado in giro nei cabaret, per ridere contagiosamente nei punti deboli del programma. Quando torno a casa mi aspettano dei telegrammi; “Ci occorre urgentemente il suo riso. Registrazione martedì”. E poche ore dopo mi trovo in un direttissimo surriscaldato e mi lamento della mia sorte. Potete capire che dopo il lavoro – o in vacanza – ho poca voglia di ridere, e la gente – forse a ragione – mi considera un pessimista. Nei primi anni di matrimonio mia moglie mi diceva spesso: “Su, perché non ridi un po’?”, ma poi ha capito che non potevo esaudire il suo desiderio. Così il nostro matrimonio è quieto e tranquillo, perché anche mia moglie ha disimparato a ridere.
Con un viso immobile passo attraverso la mia vita; mi permetto di tanto in tanto un pallido sorriso e talvolta mi chiedo se abbia mai riso veramente. Credo di no. I miei fratelli raccontano che sono sempre stato un ragazzino serio. Così rido in tante maniere, ma il riso mio non lo conosco.
Heinrich Böll L’uomo che ride, “Racconti umoristici e satirici” . Trad. Lea Ritter Santini, Bompiani