Luca Ragagnin, Caro Paolo

La voce letteraria di Paolo Brunati un giorno dovrà pur essere riconosciuta come una tra le più originali (e appartate) della nostra storia recente. È la mia speranza ma anche convinzione. Paolo scriveva da novecentista e da europeista, soprattutto. Ecco perché la grande macchina editoriale non si è accorta di lui, e lui non alzava di certo la voce. Non ha mai sgomitato, non si è mai indignato o offeso, non si è sentito vittima di una cecità culturale, non era nel suo stile. Ha invece continuato a scrivere, in silenzio, nel segmento ventennale che unisce il suo primo libro, Coleotteri e signorine, pubblicato dall’allora nuova casa editrice Portofranco, creazione di Alberto Gozzi (ed è lì che ci siamo conosciuti, compagni di collana, insieme a Antonio Moresco, Dario Voltolini, Michele Mari, Nico Orengo, tra gli altri) a Colloqui con il pesce sapiente, appena uscito da Miraggi, una raccolta di fulminanti microtrattati, arguti, sorprendenti e precisissimi, da entomologo del pensiero e della penna. In questi vent’anni, fortunatamente, la sua vena ironica, filosofica, oulipiana, europeista per l’appunto, non si è mai prosciugata ma ha continuato a stendersi e scorrere su decine di taccuini manufatti (i più grandi li chiamava “taccuoni”). Migliaia di pagine vergate a inchiostro che sono un lascito prezioso e con le quali, prima o poi, la letteratura italiana dovrà confrontarsi. Ci saranno tesori là dentro, ne sono certo.
Quando, il mese scorso, insieme all’editore Fabio Mendolicchio e ad Alberto Gozzi, gli abbiamo portato a casa, dov’era costretto a letto, le prime copie del “Pesce Sapiente”, il suo sorriso, seppur dolorante, si è manifestato come uno di quegli esseri inconoscibili che amava tanto e che spesso inventava, il nautilo levigato, la sirena, l’ornitorinco, il pennino-coleottero…
«È bellissimo. Sono commosso.»
E ancora: «Adesso dovete pensarci voi.»
In Colloqui con il pese sapiente c’è una prosa brevissima (14 righe) intitolata “Intorno a una bella morte”. Parla di un moscerino della frutta. A fondo pagina c’è una nota che dice così: «Io credo che non morirò su una pagina, non foss’altro perché non esistono pagine scritte abbastanza grandi da poterci morir su, capaci di ospitare un cadavere umano».
Te ne sei andato tre giorni fa, caro Paolo, e come sempre, avevi ragione tu: non morirai su una pagina perché le tue pagine continueranno a nascere e a vivere e poi a rinascere e a rivivere. È una promessa che ti abbiamo fatto e che manterremo.

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