
“La DAD non è salutare, mi anchilosa, m’innervosisce, mi coarta. Sono costretto a inventarmi forme di discorso e di interazione che ostentatamente rifiuto come essere umano un po’ preistorico che si aggira casualmente nel secolo corrente. Fin qui sono io e la mia carne, ma poi c’è il fatto che parlo di fronte a una platea che ogni mattina fatica perfino ad avere la linea, forse a svegliarsi, che guarda in direzione dello schermo e della webcam, ma magari sta con la testa su Instagram o Whatsapp. Si fanno ore asincrone, si registrano le lezioni abbassando ogni attenzione per la privacy, si condivide lo schermo e devi pure stare attento a non far comparire per sbaglio la pagina aperta della tua mail.
Sono rapido e vado solo per cenni, soltanto per dire che certamente siamo in uno sfacelo lento e inesorabile, traumatico, che causa danni profondi. La scuola però esiste, è andata avanti, ci siamo stati tutti noi che ci lavoriamo o abbiamo figli: anche in questa forma. Non lo nego, anzi confesso che ho una paura fottuta di quel che succede, e che mi sveglio col timore che, per esempio, mia figlia che è al primo anno di liceo scientifico e ha frequentato sì e no 3 settimane e non conosce praticamente nessun compagno di scuola, molli tutto e mi dica (come è già successo), Guarda papà che non ce la faccio più, da domani non mi connetto.”
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