
Thomas Hood (1799-1845), dopo una breve escursione giovanile nei giardini di una poesia lieve e delicatamente pre-romantica, imboccò decisamente la via dell’umorismo. Fortunatamente la sua mano rimase leggera, come dimostra questo suo ritratto del sentimentale epicureo che mette nel mirino della sua satira, e con curiosa preveggenza, i gourmet da strapazzo dei nostri giorni.
RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO
S’era di maggio, credo, l’ho scordato
quando nacque la mia passion fatale
ma so che si mangiava il biancostato
e non era più tempo di maiale.
O fu a Natale? So ch’ero invitato
a un pranzo, e là conobbi la mia bella
e sospirai: che viso delicato
e che squisito fritto di cervella!
Fremevano d’invidia i giovanotti
quando, proprio al suo fianco, presi posto
e lei sorrise sopra gli agnolotti
ed arrossì quando le offrii l’arrosto.
Affascinato dal suo sguardo fiero
io soffersi e languii per tre portate
e mi trovai col cuore prigioniero
quando si giunse ai dolci e alle cassate.
Con il mio estratto conto, e non è strano,
ai suoi mi presentai… fu un grave passo
e poscia a Lei offersi la mia mano
che reggeva un vasetto d’ananasso.
Le chiesi di divider la mia vita,
ella non fé la minima obiezione
e la sposai. La data mi è sfuggita,
ma so che, al pranzo, offrimmo cacciagione.
E andammo a… uhm… Ma certo c’era il mare
ché l’indomani, oh giorno santo e bello,
la mia sposa rimasi ad ammirare
mentre mangiava un piatto di nasello.
Quell’anno mai non mi potrò scordare,
oh dolci notti, oh giorni memorabili…
Ricordo, le carote erano care
ed i piselli pressoché introvabili.
Vivevamo così, felicemente,
quali amanti cantati dai poeti
un solo cuore ed una sola mente:
entrambi adoravamo i sottaceti.
Ma il Destino non volle ch’io gioissi
e un dì la Morte… Chi l’avria pensato?
Al mondo nulla è certo, come dissi
quando il gatto scappò con lo stufato.
La mia diletta fu preda innocente
di un male che nessuno mai comprese,
la tisi, forse, e l’assalì repente
dopo un piatto di scampi in maionese.
Perse le forze, perse l’appetito
furon vane le cure e i beveroni
respinse ogni suo piatto preferito
perfino il lattemiele coi lamponi.
Fra dubbio e speme invan mi dibattei
mentr’ella si struggea come un lumino;
infin la vita si partì da lei,
proprio quando arrivava il beccaccino.
Ella morì, lasciandomi straziato
in preda al più profondo e amaro duolo,
cos’è la solitudine ho imparato
mentre mangiavo i primi aspargi… solo.
Ma quando vidi schiere di dolenti
allineati, compunti, in vesti nere
non seppi trattenere più i lamenti
e si era, credo, al tempo delle pere…
Thomas Hood, Ricordi di un sentimentale epicureo, “Umoristi dell’800”
Garzanti, Traduzione Ida Omboni