Sara Sermini, Ci cura questa forma lapidaria. I versi poveri di Antonella Anedda (Le parole e le cose)

«Papà, spiegami allora a che serve la storia», chiese una volta un bambino al padre che di mestiere faceva lo storico, e Marc Bloch prontamente annotò la frase nel suo quaderno di lavoro, per poi concentrare in quel verbo, ‘servire’, le ragioni della sua Apologia della storia. Se rivolgessimo la stessa domanda ad Antonella Anedda ci direbbe, forse, che la storia, quella fatta sulle carte con fatica e rigore, è come la poesia: non serve a niente e non serve nessuno, non è a servizio di nessuno. Quella storia che nelle raccolte di Anedda fino a Salva con nome era entrata obliquamente nei suoi versi – come quella «navata di chiarore» che si apre improvvisa nella stanza, di notte, allo spalancarsi del frigorifero – ora diventa l’argomento stesso della raccolta. Fin dal titolo di Tacito, Historiae, che Antonella Anedda fa suo, eleggendo lo storico romano a portavoce della ricerca di una lingua che sappia ridire la storia: Leggi il resto dell’articolo:
Esilii

  … plenum exiliis mare, infecti caedibus scopuli. Tacito, Historiae, I, 2 Oggi penso ai due dei tanti morti affogati a pochi metri da queste coste soleggiate trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati. Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo e cosa ne sarà del sangue dentro il sale. Allora studio – cerco tra i vecchi libri di medicina legale di mio padre un manuale dove le vittime sono fotografate insieme ai criminali alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali. Niente paesaggi solo il cielo d’acciaio delle foto, raramente una sedia, un torso coperto da un lenzuolo, i piedi sopra una branda, nudi. Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis. Il sangue si raccoglie in basso e si raggruma prima rosso poi livido infine si fa polvere e può – sì – sciogliersi nel sale.

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