
Si vedeva da alcuni giorni attraversare il centro della città nell’ora del massimo movimento, un uomo che agitava un campanello di bronzo.
Il campanello era piccolo, l’uomo poteva reggerlo delicatamente fra il polpastrello di due dita facendolo squillare di continuo; e il suono era fresco, limpido, gioioso.
Quel suono, tutt’altro che sgradevole all’orecchio, tutt’altro che antipatico, produceva tuttavia ogni giorno maggiore interesse e curiosità nel pubblico, finché un agente di polizia intimò all’uomo di smetterla senza un attimo d’indugio; a cui l’uomo obbedì ipso facto. Ma il dì seguente passò di nuovo seguitando ad agitare con la massima leggerezza e vivacità il suo campanellino di bronzo.
Intorno a quest’affare che sembra della massima semplicità e d’importanza trascurabile, s’era levato un grande strepito e la popolazione a poco a poco si trovò divisa in due squadre pro e contro l’uomo del campanello. Ritenevano i più trattarsi di un sordomuto che intendeva con quel mezzo gentile, corretto e grazioso comunicare coi propri simili, produrre la sua parte di rumore nel generale trambusto, assumere il suo piccolo ruolo nell’umano consorzio rumorosissimo, dimostrandosi uomo civile e socievole nel più alto grado.
Altri invece parlavano di un delinquente raffinato, straordinario, come non era mai capitato al mondo. Chi sa quali mostruose macchinazioni si celavano sotto quell’apparente, innocentissimo suono: un uomo dunque da togliere dalla circolazione senza pensarci un secondo per evitare danni incalcolabili alla società.
Altri infine assicuravano essere perfettamente vano ogni sforzo e ogni intervento, essendo l’uomo del campanello niente altro che il diavolo vento in terra perché ormai in possesso della corrotta umanità al completo, tanto che un brigadiere, e questa volta con ragione di accusa per disobbedienza agli agenti dell’ordine, dichiarò l’uomo del campanello in stato d’arresto.
Fra i processi singolari quello dell’uomo col campanello, negli annali della giustizia occupa un posto a sé. Più di un avvocato si offrì spontaneamente di difenderlo d’ufficio.
Osservò il suo difensore: «Di fronte alle campane che cosa diviene mai quel minuscolo campanello? Non bisogna dimenticare quelli che passano cantando o che a fischiare si dilettano. È rivolta la loro attività ad uno scopo preciso? pratico, indispensabile, utilitario? No, eppure, ch’io mi sappia, nessuno pensò mai di dichiararli in arresto.»
Infine, il presidente intimò, come appello definitivo: «Dica l’uomo il perché del suo proposito, se intende beneficiare della clemenza della legge.»
Quindi, si rivolse all’uomo in tono persuasivo, paterno: «Forniteci dunque una spiegazione plausibile del vostro contegno, e con tutta la nostra comprensione e benevolenza vi verremo incontro. Uscirete assolto per inesistenza di reato.»
L’uomo, che al momento dell’arresto era stentarello, magrolino e palliduccio, s’era straordinariamente ingrassato; la sua faccia appariva addirittura congestionata tanto era rossa e tonda: alzò un braccio, e il suo movimento produsse nell’aula quel silenzio glaciale che incute terrore quando si produce nella folla di un luogo come quello. Innumerevoli occhi divenivano sempre più grandi quasi volessero uscire dalle orbite per colpire come proiettili qualcuno. Alzò un braccio l’imputato, e portata una mano alla bocca ne estrasse senza visibile difficoltà un piccolissimo campanello che si pose ad agitare gioiosamente e lesto lesto: dindilindilindilindilindilin…
Aldo Palazzeschi, L’uomo dal campanello, Tutte le novelle, Mondadori