
Vitaliano Brancati, Diario romano
Il mio amico A. trova che tutto va male. Nel modo stesso con cui pronunzia i nomi delle persone c’è una condanna. Immagino il mio nome sulla sua bocca quando sono assente: sembrerà letto in un elenco di condannati all’ergastolo o su una lapide funeraria.
Un pomeriggio però, mentre aspetto la mia tazza di caffè in mezzo alla folla di un bar, sento una voce piena di dolcezza che diceva: “Come sei buono!”.
Mi volto e vedo il mio amico che teneva in una mano un gelato e nell’altra un cucchiaino. I suoi occhi non mi vedevano; stavano posati sul gelato come un bacio lungo e continuo. Le sue narici dilatate aspiravano il leggero alito freddo che si partiva dal piattino.
Mi allontanai piano piano cercando di non interrompere quel colloquio d’amore.