Julio Cortázar, Il meraviglioso

Da bambino ero più sensibile al meraviglioso che al fantastico, e a parte i racconti di fate, come il resto della mia famiglia credevo che la realtà esteriore si presentasse tutte le mattine con la stessa puntualità e le stesse rubriche fisse della Prensa. L’evidenza che ogni treno dovesse essere trascinato da una locomotiva era una certezza alla quale frequenti viaggi da Banfield a Buenos Aires offrivano una conferma rassicurante, e per questo la mattina in cui per la prima volta vidi entrare in stazione un treno elettrico che sembrava fare a meno della locomotiva scoppiai a piangere con una tale veemenza che, secondo mia zia Enriqueta, ci volle più di un quarto di chilo di gelato al limone per riportarmi al silenzio. (Del mio abominevole realismo di quel periodo dà un’idea complementare il fatto che, passeggiando con mia zia, trovassi spesso monete per strada, ma soprattutto l’abilità con cui dopo averle rubate a casa le facevo cadere mentre mia zia guardava una vetrina, per poi precipitarmi a raccoglierle ed esercitare l’immediato diritto di comprarmi le caramelle. A mia zia invece il fantastico doveva essere molto familiare visto che non trovava mai insolita quella ripetizione un po’ troppo frequente e condivideva perfino l’eccitazione del ritrovamento e qualche caramella)

Julio Cortázar, Il sentimento della letteratura, Traduzione Eleonora Mogavero, SUR

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