
In un libretto che è un piccolo capolavoro, La città incantata, una scrittrice inglese, Mrs Oliphant, ci mostra i morti di una città di provincia che, improvvisamente, indignati dal comportamento e dai costumi degli abitanti nella città che essi hanno fondato, si ribellano, invadono le case, le strade, le piazze. I morti sono una moltitudine sterminata, onnipotente, ancorché invisibile, quindi hanno la meglio sui vivi, li cacciano oltre le mura e fanno buona guardia affinché non entrino se non dopo un trattato di pace e una penitenza purificatrice che ripari lo scandalo e assicuri un futuro più degno.
Questo racconto, che sembra il frutto di una troppo accesa fantasia perché siamo abituati a vedere solo le realtà materiali ed effimere, nasconde una grande verità. I morti vivono e si aggirano fra noi più realmente e più efficacemente di quanto potrebbe rappresentarci la più avventurosa immaginazione. C’è da dubitare che se ne restino nelle loro tombe, è molto più probabile che non si lascino rinchiudere là dentro. Sotto le lastre delle quali li crediamo prigionieri c’è solo qualche pugno di cenere che non li riguarda più; le hanno abbandonate senza rimpianti e probabilmente dimenticate. Tutto ciò che essi furono, ora è fra noi. In che modo, in quale forma? Dopo tante migliaia, milioni di anni non lo sappiamo ancora, e nessuna religione ce l’ha saputo dire con ragionevole certezza, nonostante si siano molto impegnate; ma stando a certi indizi possiamo sperare di capirlo.
Maurice Maeterlinck, Les sentiers dans la montagne