È raro, se non unico, che certe tematiche dolorose ed aspre vengano oggi affrontate e narrate senza lo schermo della commedia, della satira ovvero di un razionalmente progressista sguardo “neo-realista”, ma solo con lo strumento della poesia che si avvita in un grottesco molto figurativo, lontano da psicologismi o sociologismi di maniera e da salotto, con la forza dunque della profondità estetica chiusa nell’immagine e nella parola che la arricchisce.
“Favolacce” dei gemelli D’Innocenzo, straordinaria scoperta italiana in quel di Berlino (Festival), è proprio per questo anche un film politico, verrebbe da dire suo malgrado, in quanto privo di distorsioni edulcoranti o pietismi inutili, ma diretto su una sofferenza che quasi spontaneamente si disegna sullo schermo, impedendo così ad ognuno di noi di chiamarci fuori.
Oltre il neo-realismo abbiamo detto, ma anche oltre Pasolini e oltre la commedia italiana, un film oltre che affonda le sue radici nella crudeltà che spesso caratterizza una età dimenticata e dunque sconosciuta, l’infanzia, e le favole che da sempre la raccontano.
Tre sono le categorie, o meglio le condizioni esistenziali ai margini di questa finta società dell’affluenza alla ricerca, in alto o in basso che sia, di denaro e di potere. Sono gli anziani che diventano invisibili anche alla macchina da presa, le donne di cui si finge ascolto ma perché rimangano per lo più ininfluenti, e i bambini cui si presta ormai solo una voce per procura modulata sull’assenza e la distanza.
Come se i bambini non ci guardassero più, genitori incapaci anche di essere un modello e che stancamente ripetono riti male appresi, come se la morte fosse ora il naturale compimento di un percorso, novelli Pollicino, di abbandono e vuoto.
È questo un film spontaneo il cui esito tragico è come una postfazione naturale, scritta negli stessi, raffinati, movimenti della macchina da presa, ancor prima che nella sceneggiatura. Un film dalla straordinaria sapienza drammaturgica, che rivela e conferma due giovani autori di grandissima qualità registica, per una storia inconsueta e difficile che ci riguarda molto di più di quanto immaginiamo.
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