
Mia madre aveva sempre sperato che sarei diventato un bambino prodigio, un incrocio fra Yacha Heifez e Yeudi Menhuin, che allora erano al culmine della loro giovane gloria. Avevo appena sette anni quando comprò un violino d’occasione e mi condusse solennemente a casa di un uomo spento, vestito di nero e con i capelli lunghi, che lei chiamava con devozione «maestro». Da quel giorno andai tutto solo, coraggiosamente, a casa sua due volte la settimana, col mio violino in un astuccio ocra tappezzato di velluto viola. Del «maestro» ho conservato solo il ricordo di un uomo profondamente sbigottito quando azionavo il mio archetto; il grido «Ahi! Ahi! Ahi!» che cacciava portandosi le mani alle orecchie è ancora ben presente in me. Era un essere, io credo, profondamente insofferente dell’assenza di armonia universale in questo squallido mondo, un’assenza di armonia nella quale io dovetti giocare, durante le tre settimane che durarono le lezioni, un ruolo importante. All’inizio della terza settimana, mi strappò con furia l’archetto dalle mani, disse che avrebbe parlato a mia madre e mi congedò. Ciò che disse a mia madre, non lo seppi mai, ma ricordo che lei passò molti giorni a sospirare e a guardarmi con un’aria di rimprovero, stringendomi di tanto in tanto al suo petto in uno slancio di pietà. Un grande sogno era svanito.
2 pensieri riguardo “Le figurine di Radiospazio. Il bambino prodigio”