
Devo confessare che da giovane ero preda di passioni violente, di una intensità a volte riprovevole, ma che fortunatamente sparivano con la stessa velocità con cui mi assalivano. Avevo molto letto Apuleio, Petronio, Catullo, Longo e Anacreonte; tutte le donne mi sembravano fiori meravigliosi e credevo di essere la loro farfalla. Nonostante fossi un po’ sovrappeso, me la tiravo non poco e mi atteggiavo a poeta. Non scrivevo versi ma avrei potuto scriverne (tracotanza dell’età!). Mi lasciavo crescere i capelli; criticavo Hugo dopo averlo osannato – ero un giovane Zola, un Alceste malriuscito – e, parola d’onore, mi credevo affascinante.
Nella corte vicina c’erano molte giovani che attiravano i miei sguardi. Mi aveva colpito una in particolare: alternava i lavori di cucito alla lettura dei giornali e dei romanzi alla moda; mi sembrava l’incarnazione del poetico. Bruciavo per lei dell’amore più byroniano, e poiché ero miope mi sembrava la Venere di Milo. Presto mi parve di aver fatto colpo su di lei e aspettai il momento della conferma.
Un giorno – era estate, e la ragazza cuciva alla finestra – si fermò improvvisamente; mi parve che mi avesse lanciato uno sguardo languido; vidi che portava la mano alle labbra; forse mi aveva mandato il più casto dei baci. Mi precipitai a prendere gli occhiali e corsi alla finestra; la sua mano era ancora sulle labbra. “Io vi amo!”, le gridai.
Presi gli occhiali e guardai.
Orrore! Si stava infilando le dita nel naso!
Marcel Schwob (1867-1905) Scritti giovanili
2 pensieri riguardo “Marcel Schwob, Narciso”