
Il pazzo
Il custode gli diede la sua roba, il cassiere gli mise in mano il suo denaro, il portiere gli aprì la grande porta di ferro. Era ormai in giardino, spinse il cancello e fu fuori.
Ecco, e ora il mondo avrebbe visto qualcosa.
Camminò lungo le rotaie del tram, fra le case basse della periferia. Passò vicino a un campo e al margine di questo si gettò a terra fra grossi papaveri e cespi di cicuta. Vi si rannicchiò lasciandosi avvolgere dall’erba come da un folto tappeto verde. Solo la sua faccia ne spuntava fuori, come una bianca luna sorgente. Ecco, finalmente se ne stava seduto.
Dunque era libero. E proprio in tempo, altrimenti li avrebbe ammazzati tutti, tutti quanti. Quel grassone del direttore, lo avrebbe afferrato per la barbetta rossa e lo avrebbe infilato nella macchina per fare le salsicce. Che tipo odioso, quello. E come rideva, quando passava per la macelleria.
Diavolo, era un tipo proprio schifoso.
E il medico assistente, quel porco gobbo, a quello una volta o l’altra gli avrebbe schiacciato il cervello. E i custodi, coi loro camiciotti bianchi a strisce, parevano una banda di ergastolani, quei manigoldi, che rubavano agli uomini e violentavano le donne nei gabinetti. C’era da diventare matti.
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