1° maggio. Paolo Volponi, Il primo giorno di fabbrica (da Memoriale)

Io avevo paura di questo inizio, soprattutto paura che la fabbrica potesse assomigliare all’esercito ma mi trascinava il pensiero del lavoro da imparare. Aspettando per pochi minuti Grosset guardavo la macchina che egli prima stava riparando. Forse proprio quella sarebbe capitata a me: lo speravo, lieto che anch’essa dovesse ricominciare dopo un guasto. Grosset arrivò puntualmente; ripose i giornali, riprese il suo camice e ricompose con il suo sguardo la nostra squadretta di nuovi. Intanto arrivavano alla spicciolata tutti gli altri operai, con aria indolente e quasi ribelle.
Alle cinque, noi quattro nuovi avevamo avuto la prima spiegazione di Grosset e potevamo incominciare qualche esercizio pratico. Tutto andò bene. Io mi sentivo bene, anche se lavoravo con il mio abito buono e pesantissimo che mi faceva sentire molto caldo; ma Grosset non mi disse mai di togliermi la giacca.
Un quarto d’ora prima dell’orario di chiusura, il capo ci rimandò all’Ufficio Personale. Lì ci consegnarono la cartolina-orologio, indicandoci dove custodirla e come servirsene. Ci dissero di andare allo spaccio interno per l’acquisto degli indumenti da lavoro. Io comperai una tuta, a due pezzi come un abito borghese.

Uscii dalla fabbrica con il mio pacchetto sotto braccio, molto stanco e, appena l’aria di fuori mi investì con un caldo diverso, ebbi paura; mi sembrava di essere lontanissimo da Candia e da casa mia e di non poter trovare la strada per tornarci, tra tutta quella gente che usciva e che si salutava con un ultimo discorso, a voce alta e con una convivenza che mi allontanava ancora di più da tutti loro.
Arrivai a casa che era già notte. Trovai mia madre in cucina, seduta al buio; appena mi vide cominciò a piangere. Io la tranquillizzai su tutto e le dissi che avevo un lavoro, un buon lavoro con un salario di quarantamila lire, la mensa, le corriere e tutto il resto.
Lei mi diede da mangiare verdure del nostro orto, che ancora alla fine di luglio, dava piselli e fagiolini, oltre ai pomidori, nel pezzo dietro a casa, a nord, più umido e riparato da due alberi di noce. Io le mostrai la divisa di lavoro che avevo acquistato e lei volle subito, mentre io mangiavo, rinforzare tutti i bottoni con un filo più grosso.

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