
Durante la mia infanzia avevo paura di tutto, cosa che dava fastidio mia madre per la quale un sacrosanto principio educativo era non alzare mai le mani su un bambino. Non avendomi mai picchiato, non capiva come mai fossi così timoroso. «Ma non essere così pauroso, bambino mio! Tutti penseranno che io ti martirizzi.» A forza di sentirmi rimproverare di aver paura, sorse in me il timore di avere paura, ciò che raddoppiava la mia timidezza e mi faceva scoppiare in singhiozzi per un niente, perché mi sembrava che le lacrime fossero una sorta di spazzola che cancellava tutto. Contro quelle lacrime, mia madre insorse. Non venivo più accusato di aver paura di tutto, ma di piangere come se fossi infelice, mentre invece era il terrore che mi sprofondava in questi stati di trance. Se rovesciavo un oggetto, subito pensavo di aver commesso una cosa terribile. Dimenticavo di abbracciare mio padre, e non osavo più comparire davanti a lui. Mi sembrava sempre di aver commesso qualcosa di riprovevole per cui sarei stato punito, nonostante non mi punissero mai. Il timore della punizione e dei rimproveri mi paralizzava. Capitava anche che, mentre giocavo con altri bambini della mia età correndo e ridendo, all’improvviso mi tornasse in mente qualcosa di insignificante che avevo fatto, una macchia sulla blusa o una sbucciatura a una gamba, allora tremavo come se dovessero punirmi per essermi sporcato o per essere caduto. Diventando grande, questa ansia, invece di sparire, aumentò.
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