Le figurine di Radiospazio. Alberto Arbasino, Il 63

L’annata letteraria 1963 può anche fare impressione, adesso, retrospettivamente, paragonando la quantità e qualità dei titoli usciti allora (dalla Cognizione del dolore in giù…) con i prodotti di qualunque stagione più attuale. Ma per Anceschi e il verri c’era ancora parecchio da rifare, nelle annate seguenti. E del Gruppo 63 si sono date per decenni letture malevole e pettegole. Ma al di là degli ambiziosi ed elaborati progetti intellettuali, ecco a Palermo una piattaforma generazionale di coetanei trentenni piuttosto disparati: vasta gamma! E soprattutto, già piuttosto ben sistemati, nelle università e nell’editoria e in vari media. Però, su impulso del Professore [Luciano Anceschi, N.d.R], uniti e decisi a risollevare gli standard qualitativi della patria cultura, approfittando di quella prima congiuntura economica favorevole dopo secoli – il famoso boom – per liberare il letterato italiano tradizionalmente clientelare e bisognoso e famelico, dunque prono ai più ossequiosi compromessi davanti al Potere. E lo si era appena visto col Fascio. Basterà però qui ricordare il divario fra le tante colazioni e tavole apparecchiate nella pittura post-impressionista, e le innumerevoli varianti del popolare sketch nostrano col comico affamato di spaghetti in visita dai parenti più agiati con la marmitta fumante all’ora del pasto. D’accordo, allora: utilizzare quell’inizio di prosperità inopinata non per far carrierismi istituzionali. Nelle stanze dei bottoni culturali c’eravamo già un po’ tutti. Né eravamo ‘contestatori’ da mansuefare con l’offerta di un Posto. E nemmeno ‘sfruttatori’ per approfittare commercialmente del mercato piccolo-borghese. Piuttosto, si tendeva a svolgere una ricerca letteraria disinteressata e ‘alta’, rivisitando le avanguardie storiche secondo un pensiero ‘novissimo’, senza l’assillo o l’alibi della famigliuola pigolante per cui – «Nato con Ideali Elevatissimi» – il Poeta si riduceva a far la serva per ‘sbarcare’ quella robaccia italiana che è il lunario. E non cadere nell’altrettanto abominevole e tipico dimenticatoio.

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