Saul Bellow, Radici

Ho iniziato a notare che, quanto più attivo diventa il resto del mondo, tanto più lentamente io mi muovo, e la mia solitudine aumenta in proporzione al crescere del baccano e della frenesia. Stamane mi arriva da Washington una lettera della moglie di Tad che mi dice che Tad è partito per il Nord Africa. In vita mia non sono mai rimasto così annichilito. Non riesco neppure ad andare dal tabaccaio, anche se fumerei volentieri una sigaretta. Aspetterò. E solo perché Tad sta ora atterrando ad Algeri o a Orano o sta già facendo la sua prima passeggiata per la Casbah – abbiamo visto assieme Pepé le Moko l’anno scorso. Sono sinceramente contento per lui, non invidioso. Ma la sensazione rimane, che, mentre lui sfreccia verso l’Africa e il nostro amico Stillman viaggia in Brasile, io metto sempre più radici nella mia sedia. È una sensazione reale, fisica. Non provo nemmeno ad alzarmi. Forse potrei anche farcela a muovere due passi per la stanza, a uscire e a spingermi fino al tabaccaio, ma lo sforzo mi metterebbe di pessimo umore.
Passera, se non ci faccio caso. Sono sempre stato soggetto a questo genere di allucinazioni. Nel bel mezzo dell’inverno, avendo individuato un muro illuminato dal sole, sono stato capace di convincermi, malgrado il ghiaccio circostante, che era luglio e non febbraio. Alla stessa maniera, ho invertito l’estate fino a tremare in mezzo al caldo. E lo stesso anche con l’ora del giorno. È un trucco banale, immagino, ma esagerando forse si può arrivare a danneggiare la percezione della realtà. Quando Marie verrà per fare il  letto, mi alzerò in piedi, mi abbottonerò il cappotto, e andrò dal tabaccaio, e così metterò fine a questa sensazione.

Saul Bellow, Uomo in bilico, Einaudi, Traduzione Beniamino Placido

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