
La scena del racconto risale alle vacanze del 1950, l’ultima
estate dei grandi giochi da mattina a sera, con le cugine, qualche ragazzina
del quartiere e alcune bambine di città in vacanza a Yvetot. Giocavamo alla
bottegaia, a fare le grandi, ci costruivamo case nei numerosi anfratti del
cortile del negozio dei genitori, utilizzando casse di bottiglie, cartoni,
vecchi tessuti. A turno, ciascuna cantava, in piedi sull’altalena, Il fait bon chez vous Maître Pierre e Ma guêpière et mes longs jupons, come
nei concorsi radiofonici. Ci allontanavamo di nascosto per raccogliere le more.
I genitori ci vietavano di giocare con i ragazzi con la scusa che preferivano
passatempi più violenti. La sera ci separavamo, sporche fino al midollo. Mi
lavavo braccia e gambe, felice di poter ricominciare da capo l’indomani. L’anno
dopo tutte le ragazze si sarebbero disperse, o avrebbero litigato, mi sarei
annoiata e non avrei fatto altro che leggere.
1 commento su “Le figurine di Radiospazio. L’anno prima”