Maurice de Guérin, Macareo

La mia giovinezza fu traboccante di rapidità e di agitazione. Vivevo di moto, e non conoscevo limiti ai passi. Un giorno, mentre percorrevo una valle, scopersi un uomo che procedeva lungo l’altra sponda del fiume. E subito l’ebbi in dispregio: «Com’è breve il suo passo, e nel proceder maldestro! Come tristi sembrano misurare lo spazio i suoi sguardi! Senza dubbio è un centauro che gli Dei hanno abbattuto, per ridurlo a trascinarsi così».
Sovente, dopo le lunghe giornate di corsa, io cercavo un po’ di refrigerio nel letto dei fiumi. Una metà di me stesso, immersa, s’agitava per rimanere a fior dell’onde, mentre l’altra si ergeva a portare le braccia oziose al di sopra dell’onde.
«O Macareo» mi disse un giorno il grande Chirone, «noi siamo entrambi centauri delle montagne, ma tu assomigli ai mortali che raccolsero sulle acque o nei boschi qualche frammento del flauto spezzato di Pan e se lo portarono, per provarlo, alle labbra. Ma avendo sorbito da quelle reliquie del Nume un fluido selvaggio, come contagiati da un segreto furore, irrompono per i deserti, si tuffano nelle foreste, corrono lungo le sponde dei fiumi, perennemente inquieti, travolti dietro un arcano miraggio. E tu, cosa cerchi, Macareo? Gli Dei? L’origine degli animali e degli uomini? La cosmica sorgente del fuoco? Io sono certo che i Numi, gelosi dei loro privilegi, hanno nascoste le reliquie comprovanti l’origine delle cose. Ma chissà in riva a quale oceano avranno rotolato la pietra che le ricopre».
Ho ripensato tante volte a queste parole di Chirone; e mi tornano in mente anche adesso che vado scemando: mi dissolvo rapido come neve fluttuante sull’acque, e certo tra breve andrò a confondermi anch’io con i fiumi volgenti nel vasto grembo della terra.

Maurice de Guérin, Macareo, il vecchio centauro, rievoca la propria vita, in “Orfeo”, Sansoni, Traduzione Vincenzo Errante

1 commento su “Maurice de Guérin, Macareo”

Lascia un commento