
A era un aquilone
che Papà dal balcone
guardava trasvolare
oltre i monti, oltre il mare.
B era una bottiglia
tesoro di famiglia.
Papà, sempre assetato,
la tracannò d’un fiato.
C era un cappello
di Papà, tanto bello!
Tutto nero di fuori
e foderato a fiori.
D eran le donne
dalle bizzarre gonne,
che di Papà felice
lavavan le camicie.
E non era che un’eco:
eppure dal suo speco
ciò che Papà diceva
sfacciata ribatteva.
F era un fucile,
d’ultramoderno stile;
Papà, dopo sparato;
mi comprava il gelato.
G era un gufo antico,
di Papà poco amico.
Gli domandava duro:
«Perché voli allo scuro?»
H era un po’ di fiato;
sottile e delicato.
Papà, quando gelava,
per vederlo soffiava.
I era l’inchiostro,
del calamaio nostro.
Quando Papà l’usava
neppur lo domandava.
L era un lume acceso,
regalo di un obeso.
Papà, quando leggeva,
quasi non ci vedeva.
M era un micio furbo,
che mai diede disturbo.
Ma Papà digiunava
se la carne rubava.
N era una nocciola,
in vetta al ramo, sola.
Papà non ci arrivava…
dalla rabbia gridava.
O era un orologio
che Papà mogio mogio,
senza mai ritardare
mandava a lavorare.
P era un pesciolino
guizzante e birichino.
Papà per cucinarlo
dovette infarinarlo.
Q era una quaglia,
che stava nella paglia;
vederla in una gabbia
a Papà faceva rabbia.
R era il Re Serse.
Papà, quando scoperse
che era un tipo brutale,
ci rimase assai male.
S era uno sconosciuto.
Papà osservò, da astuto,
quando rubò un bel quadro:
«Lo sconosciuto è un ladro!»
T era un tappeto.
Papà con volto lieto
se ne fasciò la testa
un giorno di tempesta.
U era un uovo fresco.
«Papà, non ci riesco,»
feci, «dopo mangiato,
a bermelo in un fiato!»
V era un valletto
dal contegno scorretto.
Ma quando blaterava
Papà lo biasimava.
Z era una zebra pazza.
«Che destriero di razza,»
fece Papà pensoso,
col tempo tanto afoso!
Edward Lear, L’alfabeto di papà, in “Umoristi dell’800”, Garzanti, traduzione G. Cusatelli
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