Christopher Isherwood, Sul set

«Non le vendo le violette di ieri, appassiscono…»
«… Stooop!»
Il regista si alza di scatto dalla sua sedia e mi si avvicina: «Mi permetta di dirle una cosa, madame. Il modo con cui lei spalanca quella porta è troppo ampio. Conferisce a quel gesto troppa importanza drammatica.»
«Sì, lo so, sentivo che non andava.»
«Mi permetta di mostrarglielo ancora una volta.»
Il regista è ritto presso il tavolo. Le sue labbra tremano, i suoi occhi luccicano; ormai si è trasformato in una bella ragazza sul punto di scoppiare in lacrime.
«Non le vendo, le violette di ieri, appassiscono».
…E scappa, la faccia voltata da un’altra parte, fuori della stanza. Si sente un tonfo dietro le scene e un’imprecazione smozzicata fra i denti. Dev’essere inciampato in uno dei cavi.  Un istante dopo riappare, sogghignando, il respiro un po’ mozzo.
«Ha capito quello che voglio? Con una certa scioltezza. Senza stra­fare.»
« Credo di aver capito»,  annuisco, mentre tutti e due sappiamo che rifarò la scena solamente per lui.
«Molto bene, mia cara. Giriamola subito.»
«Un momento, dov’è Timmy?… Timmy!» Accorre immediata­mente il truccatore.
«Com’è la faccia, a posto?»; ormai sono abituata ad affidargli la mia faccia con la stessa indifferenza con cui si allunga uno stivale al lustrascarpe. Timmy sfiora il mio viso con piccoli tocchi esperti e delicati: sa bene che questa maschera è il mio pane, la mia carriera, il mio strumento di la­voro. Quando il truccatore ha finito, l’aiuto operatore misura la distanza dall’obiettivo della macchina da presa al mio naso con un nastro.
Infine, si gira di nuovo. Mentre recitiamo, vediamo il regista accanto alla macchina da presa: le sue labbra si muovono, il suo volto si distende e si contrae, le sue mani si contraggono ner­vosamente. Quando è tutto finito, sospira, come chi si desti da un sonno profondo. Dolcemente, amorosamente esala la parola: «Riposo.»

         Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Mondadori, traduzione. G. Monicelli

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