Devo raccontare in quale occasione fui colpito per la prima volta dalla malattia del secolo.
Ero a tavola, a una grande cena, dopo una mascherata. Attorno a me i miei amici riccamente travestiti, da ogni lato giovani e donne, tutti scintillanti di bellezza e di gioia; a destra e a sinistra piatti squisiti, bottiglie, lampadari, fiori; al di sopra della mia testa un’orchestra chiassosa e di fronte a me la mia amante, creatura superba che idolatravo. Avevo allora diciannove anni; non avevo sperimentato nessuna disgrazia e nessuna malattia; avevo un carattere allo stesso tempo altero e aperto, pieno di tutte le speranze di un cuore traboccante. I vapori del vino fermentavano nelle mie vene; era uno di quei momenti di ebbrezza in cui tutto quello che vedete, tutto quello che sentite vi parla della vostra amata. La natura intera appare allora come una pietra preziosa dalle mille sfaccettature, sulla quale è inciso il nome misterioso. Si abbraccerebbero volentieri tutti quelli che si vedono sorridere, e ci si sente fratelli di tutto ciò che esiste. La mia amante mi aveva dato appuntamento per la notte, e guardandola portavo lentamente il bicchiere alle labbra. Mentre mi voltavo per prendere un piatto, mi cadde la forchetta. Mi chinai per raccoglierla e, non trovandola in un primo momento, sollevai la tovaglia per vedere dove fosse caduta. Intravvidi allora sotto la tavola il piede della mia amante posato su quello di un giovane seduto al suo fianco; le loro gambe erano incrociate e allacciate, ed essi di tanto in tanto le stringevano dolcemente. Mi rialzai perfettamente calmo, chiesi un’altra forchetta e continuai a cenare. La mia amante e il suo vicino erano, da parte loro, anch’essi perfettamente tranquilli, si parlavano appena e non si guardavano. Il giovane aveva i gomiti sulla tavola e scherzava con un’altra donna che gli mostrava la sua collana e i suoi braccialetti. La mia amante era immobile, gli occhi fissi e pieni di languore. Li osservai tutti e due finché durò il pasto, e non vidi, né nei loro gesti né sui loro volti, niente che potesse tradirli. Alla fine, quando fummo al dolce, feci scivolare a terra il tovagliolo e, chinatomi di nuovo, li ritrovai nella stessa posizione, strettamente legati l’uno all’altra. Avevo promesso alla mia amante di riaccompagnarla a casa quella sera. Era vedova e di conseguenza molto libera, grazie a un vecchio parente che l’accompagnava e le serviva da chaperon. Mentre attraversavo il peristilio, mi chiamò. «Andiamo, Octave», mi disse, «usciamo, eccomi qua». Mi misi a ridere e uscii senza rispondere.
Alfred De Musset, La confessione di un figlio del secolo, Traduzione Alessandra Terni, Fazi editori

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