Galleria. La metro

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Tante volte aveva fantasticato su un addio così: lei che correva sconvolta nelle gallerie della metro, un treno che dopo qualche attimo gliela portava via per sempre e lui che sprofondava in un vuoto irreparabile. «Non è un vuoto, quello viene dopo, ma non sempre», gli aveva spiegato un amico esperto di addii, «sul momento è il morso di una belva invisibile che ti azzanna improvvisamente qui, fra lo stomaco e il cuore». Lui aveva provato a immaginare e subito si era ritratto, spaventato. Ma la curiosità per quella tragedia sentimentale a lui sconosciuta si era fatta col tempo sempre più forte; lo assaliva, specialmente, quando sua moglie parlava con qualcuno del loro matrimonio: «Pensa, in vent’anni mai un diverbio, una parola di troppo. Naturalmente abbiamo attraversato qualche momento difficile, ma lo abbiamo sempre affrontato serenamente e il rapporto ne è uscito rafforzato. E sai perché? Non abbiamo segreti uno per l’altro.»
Lui, invece, il suo segreto l’aveva: la nostalgia per quell’addio (con relativo morso doloroso) che non avrebbe mai conosciuto. Ogni tanto, la moglie notava un’ombra malinconica sul viso di lui, e subito gli andava accanto (perché era una donna molto vigile, come si può immaginare) per chiedergli dolcemente: «A cosa pensi?». «Alla metro», rispondeva lui. «Meno male», diceva lei «Avevo paura che pensassi a un’altra donna», e si metteva a ridere forte, perché era una donna allegra e positiva, oltre che vigile.

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