La Striscia. Nabokov

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Ci appollaiammo su un muretto diroccato alle spalle della loro villa, in un trepidante boschetto di mimose dalle foglie sottili. Attraverso l’oscurità e i teneri alberelli scorgevamo gli arabeschi delle finestre illuminate, che ora, grazie agli inchiostri variopinti di una memoria sensibile, mi appaiono come tante carte da gioco – presumibilmente perché il nemico era assorto in una partita a bridge. Mentre le baciavo l’angolo delle labbra dischiuse e il lobo ardente dell’orecchio, Annabel era percorsa da un fremito. Sopra di noi, tra le sagome delle lunghe foglie sottili, baluginava pallido un ammasso di stelle; quel cielo vibrante pareva nudo com’era lei sotto il vestitino leggero. Vedevo il suo volto nel cielo, stranamente nitido, quasi emettesse un proprio fievole bagliore. Le sue gambe, quelle gambe adorabili e vivaci, erano leggermente discoste, e quando con la mano trovai quel che cercavo un’espressione sognante e arcana, metà piacere, metà sofferenza, pervase i suoi tratti infantili. Era seduta appena più in alto di me, e non appena quell’estasi solitaria la induceva a baciarmi, la sua testa ricadeva con un moto morbido e languido che era quasi doloroso, e le ginocchia nude mi catturavano il polso per poi scostarsi di nuovo; e la sua bocca tremula, tremula, distorta dall’asprezza di chissà quale occulta pozione, mi si accostava al viso prendendo fiato con un sibilo. Dapprima cercava di dar sollievo al tormento d’amore strofinando bruscamente le labbra aride contro le mie; poi il mio tesoro si ritraeva con una scossa nervosa dei capelli, e di nuovo si faceva oscuramente vicina e lasciava che mi cibassi della sua bocca dischiusa, mentre con una generosità pronta a offrirle tutto, il mio cuore, la mia gola, le mie viscere, le facevo tenere nel pugno maldestro lo scettro della mia passione. Ricordo un profumo di talco – credo l’avesse rubato alla cameriera spagnola di sua madre –, una fragranza di muschio, dolciastra e plebea. Si mescolava al suo odore di biscotto, e i miei sensi furono d’un tratto colmi fino all’orlo; un improvviso trambusto nel cespuglio vicino impedì loro di traboccare… e mentre ci staccavamo l’uno dall’altra, prestando ascolto con le vene dolenti al rumore causato probabilmente da un gatto in cerca di preda, dalla casa giunse la voce di sua madre che la chiamava con voce sempre più ansiosa, e il dottor Cooper uscì in giardino zoppicando ponderosamente. Ma quel boschetto di mimose – la caligine delle stelle, il fremito, la vampa, l’ambrosia e il dolore – è rimasto con me, e quella bambina dalle membra di mare e la lingua ardente non ha mai cessato di perseguitarmi; sinché finalmente, ventiquattro anni più tardi, non ho spezzato il suo incantesimo incarnandola in un’altra.

Vladimir Nabokov, Lolita, Adelphi, Traduzione di G.Antonio Mella

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