
“Il sessantotto non è nell’album di famiglia. Come non lo è il settantasette. I miei genitori erano troppo giovani e comunque lontani anni luce dagli ambienti universitari, e i miei nonni troppo vecchi, poco istruiti e politicamente disimpegnati: né monarchici né comunisti, più che altro cattolici di classe medio-bassa. Per un contadino in pensione e un piccolo artigiano di una provincia rurale, povera ma serena, le fabbriche, gli operai, gli studenti, le contestazioni e la coscienza di classe erano un fatto abbastanza lontano ed esotico. Il disastro si è consumato all’improvviso, e velocemente. In quella manciata di anni tra il pensionamento dei nonni e l’età adulta dei miei genitori, subito dopo il terremoto dell’ottanta, nella mia famiglia e in quelle dei miei compagni di scuola, hanno fatto irruzione le fabbriche del piano di industrializzazione post-sisma, Umberto Smaila, Berlusconi, e la pubblicità, l’inquinamento, la massificazione, e senza passare dalle utopie sessantottine, dal maestro Manzi e da Tribuna politica.”
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