
Il malessere si manifesta solo in certi casi, non a ogni debutto. Insorge un’ora prima che si alzi il sipario, mentre gli attori sono nei camerini e il regista passeggia inutilmente sulla scena ricapitolando: le prove tutto sommato non sono andate male, il copione tutto sommato funziona, la produzione tutto sommato non è stata più avara di altre volte. Quando il direttore di scena fa il giro annunciando la mezz’ora, il regista ha finalmente capito perché lo spettacolo non potrà funzionare: è sghembo: non c’entra questo o quel passaggio, il ritmo di una scena, un cambio di luce; niente di tutto questo, lo spettacolo è abbastanza simile al disegno mentale originario ma nello stesso tempo non gli assomiglia per niente, come certe creature nelle foto di famiglia, delle quali si dice: “Tutto suo padre, tutto sua madre”, invece non è vero, si sa benissimo che quella presunta somiglianza è solo una piccola piaggeria.
Mentre i primi spettatori entrano in sala, il regista pensa che gli spettacoli hanno vita breve, al massimo entro una settimana (a dir tanto) quello che sta per iniziare sarà sepolto sotto uno strato della solita cipria grigia. Nessuno lo rimpiangerà, non lui, non il pubblico e tanto meno i committenti. Va a sedersi in una delle ultime file della platea: non è una serata peggiore di tante altre, praticamente è già finita.