
Immaginiamo l’interno di una casa agiata e al tempo stesso approssimativa e provvisoria, come può esserlo un ambiente degli anni ’20 abitato da nuovi ricchi ebrei, consapevoli che le fortune sono aleatorie. E’ sera, e va in scena la rappresentazione della famiglia felice. Il padre è assorto nella lettura del giornale, la madre, molto ingioiellata, s’intrattiene sul divano col suo giovane amante: in un canto, Hélène, la figlia di otto anni, deve fare i compiti, zitta, buona, e soprattutto senza interferire nella vita dei grandi che ha trovato un suo equilibrio in nome di ragioni imperscrutabili molto più alte di quella mocciosa, la cui esistenza viene vissuta come un intralcio (a dir poco) dalla madre matrigna. Ma i bambini non sono buoni (perché dovrebbero esserlo?), e quando sono intelligenti come la piccola Hélène l’odio si trasforma in un combustibile che alimenta l’ingegno; così, un mozzicone di lapis diventa un’arma, e uno stupido sussidiario un canale di comunicazione nel quale far fluire la rabbia. Questo episodio, tratto da Il vino della solitudine, rappresenta una svolta nel romanzo, ma a me piace pensare che, a parte la sua specifica funzione nella trama, rappresenti un apologo, non saprei dire quanto autobiografico, sulla vocazione alla scrittura, o meglio sulla forza racchiusa nella scrittura, anche in quella che nasce velenosa sui margini di un libro scolastico.
Hélène imparava la lezione per l’indomani. Era un libro di «conversazione tedesca” e doveva imparare a memoria «die zwanzigste Lektion”, la descrizione di una famiglia unita. Hélène ripeteva a voce bassa: «Eine glükliche Familie (« Una famiglia felice…”) Der Vater (« il padre”) ist ein frommer Mann (« è un uomo modesto…”). «Dio mio”, pensò, «che imbecilli…”. Guardò la figura che descriveva il testo. In un salotto azzurro era riunita «la famiglia felice”: il padre, in redingote, con una barba bionda e ricciuta sul petto, leggeva il giornale, in pantofole, davanti al fuoco; la madre, la «Hausfrau”, spolverava i ninnoli dello scaffale, con la vita stretta in un grembiule; la ragazza suonava il pianoforte, il collegiale imparava le lezioni sotto la lampada, e due bambini, un cane giallo e un gatto grigio erano seduti sul tappeto, nel centro della stanza «dedicandosi», diceva il testo, «agli innocenti divertimenti della loro età». «Che bugia!”, pensò Hélène. Guardò le persone che la circondavano. Loro non la vedevano, ma anche per lei erano irreali, lontani, quasi dissolti nella nebbia, ombre vane, inconsistenti, senza sangue né sostanza; lei viveva lontano da loro, in disparte, in un mondo immaginario di cui era padrona e regina. Prese il pezzetto di matita che teneva sempre in fondo a una tasca, esitò, lo accostò piano piano al libro, come un’arma carica. Scrisse: Il padre pensa a una donna che ha incontrato per la strada, la madre ha appena lasciato un amante. Non capiscono più i loro figli e i loro figli non li amano: la ragazza pensa al suo innamorato, il ragazzo alle brutte parole che ha imparato in collegio. I bambini cresceranno, e saranno come loro. I libri mentono. Non c’è virtù, né amore, nel mondo. Tutte le case sono uguali. In ogni famiglia ci sono soltanto il lucro, soltanto la menzogna e la reciproca incomprensione. Si fermò, si rigirò tra le mani la matita, poi le affiorò sulle labbra un sorriso timido e crudele. Le aveva fatto bene scrivere quelle cose. Nessuno si curava di lei. Poteva distrarsi a piacer suo, e continuò, appoggiando appena la matita, ma scrivendo con una strana rapidità, una leggerezza che non aveva mai avuto prima di allora, un’agilità di pensiero, pensando allo stesso tempo a quello che scriveva e a quello che si formava nel suo spirito, che rapidamente si solidificava.
Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, Adelphi,
Traduzione Laura Frusin Guarino