
foto di Domenico Conte
Per chi, come me, traffica con le riscritture teatrali, a volte risulta complicato spiegare in che cosa consista questo lavoro. Che a me sembra molto semplice, almeno per quanto riguarda il senso e le procedure – entrare nel merito, invece, può essere piuttosto complicato e anche noioso per chi ascolta. Per lo più, gli oggetti letterari sui quali intervengo sono testi narrativi: si tratta dunque di trasformare un racconto in un’azione teatrale servendosi del dialogo (principalmente, ma non solo): la voce del narratore unico che dipana il racconto letterario si moltiplica, si frammenta in tante voci quanti sono i personaggi – a volte, per sviluppare la narrazione sulla scena, si ricorre a personaggi, per così dire, supplementari, che non sono cioè presenti nel racconto originale. Di questo parlavo con uno spettatore subito dopo lo spettacolo. Mi sembrava di aver messo bene a fuoco la faccenda, ma tutto si è ingarbugliato quando ho detto che Colloqui col Professor Y, il testo da cui ha origine questo spettacolo, pur essendo formalmente narrativo, è prevalentemente costituito da dialoghi. La chiacchierata con lo spettatore ha preso a girare a vuoto come una vite senza fine:
– Ma se l’opera originale è in forma dialogica, praticamente si tratta di un testo teatrale.
– No, perché alcune parti, sia pur minime, sono narrative, e poi il testo non è stato scritto per il teatro.
– Le finalità dell’autore non contano molto, tanto è vero che lei lo mette in scena in teatro.
– Sì, ma è diventato testo teatrale solo in seguito alla mia manipolazione.
– Che cosa può aver manipolato, visto che i dialoghi erano già scritti?
– Erano già scritti, ma io sono intervenuto scegliendo alcune battute, scartandone altre e limandone altre ancora in funzione di una più immediata (e se vogliamo semplificante) scorrevolezza.
E così via.
Fortunatamente, sulla scena tutto è molto più semplice e divertente, lo posso dire senza fini promozionali, visto che siamo alle ultime repliche.
