10-17 no
Francesco Benedetto, Eleni Molos, Gianluigi Pizzetti,
drammaturgia e regia: Alberto Gozzi
Questo Maison Savinio, che con una terminologia leggermente polverosa si potrebbe definire un trittico di atti unici, nasce da tre racconti, Paterni mobili, Poltrondamore, Tutta la vita. Al centro c’è un salotto, che contende il ruolo di protagonista ai suoi colleghi attori – in senso letterale, intendo, perché qui i mobili parlano, raccontano, custodiscono memorie scabrose che gli uomini non vogliono conoscere perché “non sanno ascoltare le voci delle cose che nella loro ignoranza credono mute”. Rispetto a Shakespeare (“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, /di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”), Savinio restringe il campo dell’inconoscibile all’angustia delle mura domestiche, fra le quali “i morti ritornano vivi e i vivi sono già morti”.
Trasferire sul palcoscenico le intimità della casa è una pratica antica e per lungo tempo connaturata al teatro, tanto che si potrebbe ripensare il repertorio (di classici e non) come uno smisurato gioco dell’oca formato da innumerevoli stanze/caselle, ciascuna delle quali è luogo simbolico della casa e delle sue trasformazioni nei secoli, dall’appartamento privato di Gertrude (spesso freudianamente sintetizzato nella camera da letto) ove la regina convoca Amleto per dargli una strigliata, alla grande tavola del Lungo pranzo di Natale, intorno alla quale Thornton Wilder convoca le generazioni di una famiglia che si avvicendano nell’arco di novant’anni.
Come tutti i salotti, anche questo di Savinio è delegato a rappresentare la rispettabilità della famiglia e a conservare la continuità con il passato: “Gaetano Bottoni, mio padre! Mia madre morì su quella poltrona. Si fece trasportare proprio lì per poterlo vedere un’ultima volta”, esclama il protagonista di Paterni mobili, inorridito al pensiero che sua moglie voglia cambiare arredamento. Ma su questa scena il passato non passa mai completamente, e i morti ritornano, sia per consumare vendette cruente degne di un romanzo gotico, sia per tormentare come Erinni dispettose i sopravvissuti.
Il ricambio fra reale e surreale, nell’opera di Savinio, è costante; non a caso André Breton, incontrandolo a Parigi nel 1937, gli lesse una pagina nella quale riconosceva a lui e al fratello De Chirico il ruolo di iniziatori del Surrealismo. Savinio si limitò a prenderne atto senza esserne particolarmente lusingato: l’irrequietezza che caratterizzava il suo lavoro di scrittore, pittore e musicista lo rendeva impermeabile alle classificazioni. Ma, etichette a parte, circola in questo trittico un vento novecentesco al quale la messa in scena teatrale, ci auguriamo, conferisce una speciale evidenza.
A.G.