
Ieri sera, dopo la prima, la compagnia non è andata alla Stazione (ferroviaria). A dire il vero, sono già molti anni che non ci si va più, ed è un peccato, le compagnie contemporanee non sanno che cosa si sono perse in tutti questi anni. Il tragitto dalla trattoria alla stazione era emozionante: più che altro il tragitto stesso, direi, perché l’esito della trasmissione non era quasi mai pari alle attese. Alla stazione ci si andava, dopo la trattoria, per comprare il giornale con la recensione fresca di stampa che usciva poco dopo la mezzanotte. Sì, perché il critico era venuto scrupolosamente alla generale, e ogni volta ci si premurava di avvertirlo (a mezze parole, o tramite un mediatore, perché i critici si trinceravano dietro un silenzio gelido per non far sospettare chissà quali connivenze) che quella prova era stata proprio sbiadita rispetto alla sera precedente; per di più, c’era stato qualche inconveniente tecnico che aveva falsato tutto. Il critico veniva alla generale e aveva un giorno per scrivere il pezzo, perché la recensione doveva esserci. E infatti c’era, anche se spesso gli attori mugugnavano perché erano gratificati di parole brevissime, e a volte nemmeno di quelle; ma come le fallaci sorprese della uova di Pasqua non incrinano la Resurrezione, così la recensione loffia non incrinava il rito della Mezzanotte alla Stazione. Tornando alla prima di ieri, dopo la Trattoria (che non è stata ancora abolita) ci siamo salutati senza pellegrinaggi e senza attese; lo spettacolo ce lo eravamo raccontati a cena, cronisti, ma non critici, di noi stessi. Ci siamo detti che era andato proprio bene e che il pubblico si era molto divertito. Credo che sia vero, da stasera potete verificare voi stessi perché si replica.
