1-8 novembre 2

Interpreti: Francesco Benedetto, Eleni Molos, Anna Montalenti, Gianluigi Pizzetti,
drammaturgia e regia: Alberto Gozzi
Per il giovane Federico la radio fu una sorta di una nave scuola, una signora generosa che svezzò ragazzo accontentandosi delle prestazioni acerbe di un autore alle prime armi con la scrittura. Da quell’apprendistato nacquero un centinaio di sketch, trasmissioncine semplici, avrebbe detto Fellini che amava i diminutivi (un vezzo linguistico sia romagnolo che emiliano), storielline, battutine, molto simili ai raccontini che il giovane aspirante regista buttava giù con la mano sinistra per il giornale satirico “Marc’Aurelio” alla fine degli anni Trenta, mentre con la destra sfornava disegni, beffardi, surreali e anche un po’ sensuali. Il piccolo cosmo che Fellini allestisce nello studio radiofonico rispecchia un’Italia modesta, nella quale il Fascismo agisce, come sfondo opaco e sordo, nell’angustia delle stanze che sanno di umido e nella mestizia dei rapporti umani, pervasi di una quieta rassegnazione a una logica di classe (i portinai, le cameriere, ciascuno nel posticino che la sorte e il Regime ha loro assegnato). All’interno di questo piccolo mondo il giovane Fellini piazza, se non proprio delle mine, almeno delle castagnole: certamente non per destabilizzare il Sistema (non ci pensano nemmeno), ma per creare qualche sussulto nel fluire di giorni sempre troppo uguali l’uno all’altro. Gli strumenti che usa Federico sono quelli portati come spore dall’air du temps: il paradosso (quello alto di Achille Campanile, ma anche quello stradaiolo della barzelletta); la crudeltà dei comici (da Petrolini a Totò, che Fellini molto amava); l’acidula malignità che si manifesta nei ritratti di Maccari e nelle vignette di Giuseppe Novello, amoroso fustigatore di una ridicola borghesia; le incursioni in un mondo parallelo che caratterizzano il Realismo magico di Bontempelli; il demenziale disperato dell’avanspettacolo, che nasce dall’ansia della risata a tutti i costi, pena la sopravvivenza: o ridere o morire.
La radio è un mezzo povero, e come tutti i poveri è anche fragile, ne eravamo consapevoli quando abbiamo deciso di portare questi sketch in palcoscenico corredati del nudo apparato radiofonico (i copioni e i microfoni, nient’altro, più le musiche, naturalmente, che sono parte integrante del discorso), anziché affrontare una riscrittura teatrale. La scommessa è che questa nudità, lungi dal voler proporsi come candore, riveli la vitalità di questi testi semplici e chiassosi come il rosso di un naso finto sulla punta del naso di un attore di prosa.
A.G.