
Quando si trattò di trovare un titolo a questo trittico di spettacoli, non fu impresa semplice. Per quanto mi riguarda, i titoli sono un supplizio che volentieri eviterei: nell’elaborazione di un titolo urgono esigenze comunicative che finiscono per essere non poco inibenti per chi deve sbrigare l’incombenza: il titolo deve essere unificante dei tre spettacoli; il titolo deve fare riferimento a un certa visione del Novecento, ma senza essere pedante; il titolo deve essere allusivo (non si sa mai bene a che cosa); il titolo non deve far dire al pubblico: “Ma che roba è questo trittico?”. Me la cavai, infine, facendo ricorso al concetto di travestimento mutuandolo da Edoardo Sanguineti, che lo riferisce non solo al teatro ma alla riscrittura in generale; sul momento, questo titolo mi parve una di quelle soluzioni che se la cavano con una certa svelta eleganza, come le composizioni di orchidee che si mandano alle padrone di casa (“Con le orchidee non si sbaglia mai”, dice il fioraio).
Sono passati svariati mesi dall’elaborazione del titolo (i titoli si preparano molto per tempo, come le collezioni di moda); ieri me lo sono ritrovato sulla locandina appena stampata e ho pensato che il concetto di travestimento, scelto a freddo, trovava un riscontro piuttosto preciso in questo lavoro su Fellini; lo pensavo mentre provavamo uno sketch nel quale un cliente, preceduto dal suono di un campanellino, entra in un negozio per comprare un cappello nuovo: una situazione tanto lontana nel tempo da apparire meravigliosamente artefatta. E in un attimo di allucinazione tipica delle prove mi è sembrato di veder spuntare sui visi innocenti e contemporanei degli attori un paio di nasi finti: altro che travestimento, si stava sfiorando la maschera, le parole come maschera. Oggi lo dirò agli attori, anche se mancano solo cinque giorni al debutto.
