
La scena di Fellini Radioshow rappresenta uno studio radiofonico dei giorni nostri ripensato nella dimensione essenziale, sintetica del teatro – per dirla sinceramente: uno spazio vuoto nel quale cinque microfoni spuntano come funghi sottili, più una piccola postazione a vista ove operano il regista (gli attacchi musicali sono a vista, come nella radio in diretta) e l’assistente (impegnata alla console con i molti mixaggi al volo); completano il più che sobrio allestimento un tavolone sul quale gli attori spandono la loro noia quando non sono impegnati al microfono e un distributore di bibite. Come recita il luogo comune, la radio è un mezzo povero, ma soprattutto duttile: qui la convenzione (propria anche al teatro) si sposa con una malandrina illusione, come accade nella prima scena dello spettacolo: “Sul mare viola avanza una piccolissima zattera e sulla zattera, stracciato, lacero, sfinito c’è il Presentatore. Quando egli vede l’isoletta, prende a saltare dalla gioia…” e dalla regia sale una musica esotica, che pare proprio di stare in una cartolina degli anni Cinquanta, tipo “Piacenza, se ci fosse il mare”, con tanto di palme e di ragazze hawaiane sottintese. Ma la navigazione nelle acque del kitsch dura solo qualche battuta perché un attimo dopo si affaccia un personaggio munito di fucile che si è infiltrato abusivamente nello studio radiofonico. Il fucile spara canzonette e parole in libertà. La tremolante narrazione vien meno. La radio mostra il suo volto casuale e pasticcione (per non dire goliardico), che Fellini plasma con esuberanza divertendosi a irridere l’incanto che egli stesso ha creato.
A dispetto della componente radiofonica dichiarata nel titolo, lo spettacolo è teatro mascherato da radio.
