Riscritture. FLORA BORSI

 

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Nel suo “Eva futura”, un romanzo filosofico/fantastico della fine del XIX, Villiers de l’Isle-Adam raccoglie le inquietudini notturne del protagonista, il vulcanico inventore (e abile imprenditore) Thomas Alva Edison che, com’è noto, non si limitò a dare agli uomini la luce (grazie alla lampadina) ma anche altre innumerevoli meraviglie fra le qual il registratore vocale. Durante le sue oniriche fantasticherie, Edison si avventura nei meandri più sfocati della storia umana, per risalire addirittura al Paradiso terrestre e alla fatidica cacciata da cui tutto nacque. “La mia invenzione è arrivata troppo tardi,” – si rammarica Edison in preda a un delirio di onnipotenza – “Se mi fossi trovato là col mio registratore, avrei potuto imprigionare la voce di Dio. Che straordinario reperto sarebbe stato!”
Un viaggio alle origini, meno vertiginoso e di intenti più circoscritti, è quello di Flora Borsi, una giovane artista visuale ungherese che risale alle fonti di alcuni capolavori della pittura novecentesca per cercarne un’impossibile – e quindi parodistica – trasposizione in un modello “reale” e ipotetico. Viene in mente il vecchio gioco del “se fosse”: cosa sarebbe il tale se fosse un mobile? Un comodino? Una specchiera? E, analogamente: che effetto ci farebbe una modella di Modigliani se la incontrassimo nella vita reale? Il gesto di Flora Borsi rientra nel gioco delle maschere e degli specchi, sospeso sul filo della finzione, come a ricordarci il provvisorio delle identità, estetiche o “reali” che siano.

 

 

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