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Le signore si mettevano il cappello, qualcuna persino con la veletta, e portavano la testa alta, le labbra strette. Stavano ben dritte con la vita, e lanciavano intorno occhiate vigilanti, mentre con una mano si tenevano aggrappate al braccio del marito, anche lui ripulito a festa, con il vestito grigio e la cravatta nuova. Il marito aveva una faccia come di pecorone spinto al mercato, la testa pesante, l’occhio spento, il passo greve, l’aria triste. La moglie a tratti gli sussurrava qualcosa con l’angolo della bocca, e lui per un attimo si tirava su, raddrizzava il nodo della cravatta, tirava indietro il polsino della camicia che si era azzardato un po’ troppo fuori della manica, stirava una piega sul gomito. Le coppie che avevano un bambino se lo tenevano in mezzo, con la camicina di seta bianca già sporca, in mano un gelatino, gli occhi alti e svagati, sì che finiva sempre per inciampare nel cordone di qualche marciapiede.
(Luciano Bianciardi, L’Integrazione)