
Negli anni del dopoguerra, la rotondità era un valore, forse perché il cerchio suggerisce un morbido e rasserenante fluire, e soprattutto perché simboleggia l’opposto dei conflitti. Gli uomini si lisciavano i capelli, pochi o molti, così da farli aderire il più possibile alla linea del cranio; lunghi erano i preparativi prima di uscire, e generosa la distribuzione sulla cute di una colla tenace e verdolina chiamata brillantina Linetti che, a lavoro compiuto, trasformava la calotta cranica in qualcosa di simile a un’ogiva – disturbata purtroppo da bozzi e da altre forme umanamente irregolari.. Alla rotondità del cranio faceva riscontro, sul davanti, un ventre che assomigliava al segmento di una circonferenza: perfettamente uniforme, molto diverso dalle pance a pera, a punta, piramidali affioranti sotto le t-shirt dei nostri contemporanei che si ostinano a resistere alla palestra. Nell’ideale estetico del dopoguerra, non privo di inespressi risvolti morali, la rotondità e la donna dovevano nei limiti del possibile coincidere; e non soltanto per quanto concerneva le parti più dichiaratamente sessuali ma per tutte le porzioni di cui era formato il corpo femminile. Memore di un passato quasi per tutti contadino, l’uomo, anche se spesso semianalfabeta, si sforzava di leggere nel cerchio della sua moglie bella piena (l’ovale era lasciato volentieri ai poeti) e vi rinveniva promesse lunari di chissà quali tranquillità future, onde al presente si immergeva fiducioso nel mare di lei senza far troppo caso a eventuali paradossi di nasi, bocche e altri accessori facciali. Per garantire una rassicurante continuità della specie, era augurabile che una madre tonda generasse una figlia a sua volta tonda, come in questa foto che celebra probabilmente un compleanno. La madre, mostra con orgoglio il cerchio perfetto della figlia, a testimonianza del continuo perfezionarsi della specie. In basso nella foto, spunta la semplicistica linearità del piccolo cane, tipica degli animali.
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