
In un libro poco letto in Italia (anche perché da molto tempo esaurito), Colloqui col Professor Y, Céline scrive, a proposito dei luoghi comuni sullo scrittore: “Lo dicono tutti: solo la miseria libera il genio… bisogna che l’artista soffra, e mica poco… giacché egli partorirà soltanto nel dolore… perché il dolore è il suo Signore… E anche la galera, non gli fa mica male all’artista… al contrario… Il patibolo, che sembra così terribile… a lui non gli dispiace… anzi è una goduria… Perché è quello che gli tocca, e lui lo sa… Sei emerso dalla folla, ti sei fatto notare… è giusto che sia punito nel più esemplare dei modi… Tutte le finestre sono affittate per assistere al suo supplizio, tutti vogliono vedere le sue ultime smorfie mentre tira le cuoia…”
Quando scompare uno scrittore appartato, la stampa postuma ha un sussulto di piacere, che è ancora più intenso quando si tratta di un poeta. Facilmente, lo scomparso viene ricordato come anarchico, irregolare, incompreso, il pezzo raro di una collezione. Così è accaduto per Attilio Lolini, che qui ricordiamo con una sua poesia: pur non avendolo conosciuto, ci sembra che possa funzionare come un corrosivo (fortunatamente) autoritratto.
Stampante
In questo museo
di porcherie
che visito (occidente)
peccatore redento
del passato mi pento
inneggio al cicaleggio
volteggio davanti
al babbeo
magnifico rettore
dell’ateneo
ho una crisi mistica
dico bene della saggistica
e non mi pare male
il poeta montale
mi metto in pista
per diventare giornalista
per far le recensioni
ai poeti babbuino
senza vergogna
son diventato carogna.
Attilio Lolini, Carte da sandwich, Einaudi