Quando vidi per la prima volta il film di Michael Haneke ricordo che ne rimasi particolarmente sconcertata. La violenza di alcune scene mi toccò a tal punto da catalogare la pellicola come l’ennesimo tentativo del nuovo cinema francese di pungere lo sprovveduto spettatore usando il trucco del voyeurismo sulla misera vita del soggetto al di sopra di ogni sospetto.
Fu un caso il fatto che mi capitò di vederlo una seconda volta. Un caso dal quale trassi la voglia di capire che cosa si cela dietro ad una storia dai sapori morbosi che non si può accontentare di un riduzionismo troppo abusato come rischiava di essere il mio.
Così cominciai ad agitare lo sguardo: l’inquadratura di una porta che si apre, una donna che entra, Erika. Ciò che segue è una lite tra madre e figlia che sfocia in un gesto di violenza da parte di quest’ultima. Dovrebbero tagliarti le mani! Picchiare tua madre in quel modo!
Buio.
Dopo, soltanto il precipitarsi degli eventi: la vita segreta dell’insegnante di pianoforte Erika Kohut, delle sue singolari sieste notturne nei sexy shop, sulle piane scure dei drive in, nel bagno, dove con un rasoio, si pratica mutilazioni genitali.
Buio.
E ancora: i suoi allievi bistrattati e Walter Klemmer che l’ama…l’ama? Buio. La richiesta di dolore e sofferenza fatta da una donna al suo giovane amante che dall’innocenza dell’infatuazione adolescenziale per la sua insegnante, passa ad essere il carnefice e lo spettatore di una vita distrutta poiché è in lui che si nasconde il fascino del morboso e dell’osceno, in lui il cittadino al di sopra di ogni sospetto, in Erika la vittima di un insolita tragedia consumata all’ombra di una strana forma di amore. Buio.
Fermai la pellicola e riavvolsi il nastro per la terza volta.
Luana Doni