
Per quanto ne so, ed è un sapere malfermo, le macchie di fango sono meno rognose di quelle di caffè; se non ci si lascia prendere dal panico, il fango, una volta seccato, lo si può lavare o anche solo tranquillamente spazzolar via; l’anima del caffè è, invece, maligna: hai voglia a strofinarlo col sapone prima di mettere il capo in lavatrice, rimane sempre quell’alone marroncino che magari a prima vista non si vede ma che spunta fuori sul vestito candido nel momento meno opportuno – poniamo, ad esempio, mentre una sindaca che ama giustamente le vesti candide che fanno risaltare la chioma bruna e gli occhi lucenti, si presenta sotto i riflettori della passerella mediatica. Il movimento 5 stelle lamenta di essere stato attaccato dal fango durante la sua galoppata trionfale dei ballottaggi, ma era inevitabile, direi: il fango sta alla galoppata (specie se impetuosa) come come gli escrementi stanno al cavallo: sono ingredienti che impreziosiscono l’impresa – tanto che risulterebbe poco credibile o addirittura sospetto il cavaliere che portasse a compimento la missione senza nemmeno un filo di polvere addosso (i malfidati incomincerebbero a sussurrare: “Non avrà mica preso il taxi, quello? E dire che l’ho votato”). La macchiolina di caffè, invece, non ha nulla di eroico, rinvia a una dimensione domestica, borghese, magari al gesto di un marito sbadato che inciampa e le imbratta il vestito proprio mentre lei sta per uscire, ed è tardi, perché il popolo e le telecamere aspettano, e l’altro vestito bianco è in tintoria; non cade il mondo, certo, se lei mette quello acquamarina, ma quello bianco aveva tutt’altro significato simbolico, mannaggia! “Io l’ammzzerebbe, quello!”, pensa lei, ma non ne ha il tempo, la festa è incominciata e non può essere rovinata da una stupida macchiolina. Dunque va, perché non si può ritardare agli appuntamenti con la Storia, ma il retropensiero mordicchia. Fuor di metafora, la lettera pubblica del marito di Virginia Raggi rappresenta quel privato che pretende di fare capolino nel pubblico, e non è una macchinazione dei poteri forti ma un fuoco amico (per così dire) che rivela le insidie di un rasoio mediatico a doppio filo. A meno che non diventi il primo capitolo di una soap opera rétro: pericolosa per un movimento post-ideologico ma non ancora postmoderno.