
A Bologna, tanti anni fa, lo chiamavano “Zò Bòt!”. Era il gioco della leadership nell’interpretazione dei monelli di strada, che le famiglie perbene inibivano ai loro figlioli – i quali, dal canto loro, se ne astenevano ben volentieri perché, nonostante fossero un po’ abbienti e un po’ tonti, non erano mica scemi e preferivano guadagnare a sottomuro con le palline o le figurine senza farsi caricare di botte. Il gioco non era tanto diverso da quello che si pratica negli odierni ballottaggi: assai meno strutturato, esso sorgeva spontaneo ogni volta che due leader (di una squadra di calcio improvvisata, di un gruppo di ciclisti estemporanei) dovevano dirimere una questione. All’inizio, i due aprivano una trattativa, breve, diretta, senza tante diplomazie, poi, quando era chiaro che non si approdava a niente, uno dei due diceva: “E alàura, csa staggna d asptèr? Zò bot!”. (“E allora, cosa stiamo ad aspettare? Giù botte!”). Naturalmente, ciascuno dei due leader aveva i suoi supporter sui quali contare nella rissa imminente, ma poiché erano monelli esperti e temprati dalla vita di marciapiede, conoscevano gli umori mutevoli del loro adepti e pur senza aver letto Machiavelli intuivano che gli esclusi dalla leadership avrebbero potuto cambiare bandiera: non per diventare loro stessi leader, che non ne avevano i requisiti, ma per il gusto di sferrare qualche calcio negli stinchi a chi se la tirava troppo. Così, per sicurezza, appena risuonava il grido “Zò bòt!” i piccoli leader incominciavano a tirar schiaffi e calci ai primi che capitavano a tiro. L’ho detto, il gioco del “Zò Bòt!” era infinitamente meno raffinato di quello dei ballottaggi: diciamo che, senza saperlo, quei monelli rappresentavano gli embrioni di quel post-ideologico che oggi viene mostrato come il diamante di una nuova postmodernità nell’astuccio del gioielliere; peccato che nessun osservatore dell’epoca abbia mai perso tempo a scrivere qualcosa su questo antico gioco, oggi ne sapremmo di più e forse ne saremmo vaccinati.