In certo modo, le prove proseguono anche quando non ci sono gli attori. Il lavoro di preparazione (o la pausa fra una tranche e l’altra delle prove) è un momento importante nell’elaborazione dello spettacolo. Bisogna dirlo, e a forza di dirlo si finisce per crederci. Le cose da fare non mancano, a incominciare dalla scelta e dal montaggio delle musiche e proseguendo con l’elaborazione, tutta mentale e solitaria, dello spazio. Ma uno spazio solamente pensato è una terra di conquista che non offre resistenza, è completamente deserta, senza confini, senza abitanti, senza nemmeno un paesaggio. Sul tavolo vuoto si affaccia pericolosamente un inquilino col quale è molto difficile convivere: il Quotidiano.
Meglio fare una vera pausa e dedicarsi per qualche minuto alla lettura di Maurice Blanchot.
Il quotidiano sfugge. Perché? Perché è privo di soggetto. Quando vivo il quotidiano, l’uomo qualsiasi lo vive, ed egli non coincide veramente né con me né con l’altro; non è né l’uno né l’altro, ed è sia l’uno che l’altro nella loro presenza intercambiabile, nella loro irreciprocità annullata, senza che però ci siano un “Io” e un “alter ego” suscettibili di un riconoscimento dialettico. Nello stesso tempo il quotidiano non appartiene all’obiettivo: il vivere quale potrebbe essere vissuto in una serie di atti tecnici indipendenti (rappresentati dall’aspirapolvere, dalla lavatrice, dal frigorifero, dalla radio, dalla macchina) equivale alla sostituzione di una somma di azioni suddivise a questa presenza indefinita, a questo processo continuo (che non è però un tutto) grazie al quale siamo continuamente, anche se nei modi della discontinuità, in rapporto con l’insieme indeterminato delle possibilità umane. Beninteso, il quotidiano tende costantemente ad appesantiti in cose, perché non può essere assunto da un vero soggetto (anzi, mette in questione la nozione stessa di soggetto). L’uomo qualsiasi si presenta come uomo medio per cui tutto si apprezza in termini di buon senso. Perciò, come osserva Lefebvre, il quotidiano pesa soprattutto a chi lavorando, non ha altra dita che il quotidiano della vita; ma quando se ne lamenta, quando si lamenta del peso del quotidiano nell’esistenza, si sente subito rispondere: “Il quotidiano è uguale per tutti”. E qualcuno, con le parole del Danton di Büchner, aggiunge: “Non c’è speranza che tutto ciò possa mai cambiare”.
Maurice Blanchot, La conversazione infinita, Einaudi, Traduzione Giovanni Bottiroli
Ma sabato ricominciamo a provare.